19/09/2010
il cantastorie innamorato
IL CANTASTORIE INNAMORATO
Il cantastorie Gion,in un angolo del mercato,per richiamare l’attenzione della gente, qualche volta faceva un bel assolo con la fisarmonica e poi,a seconda dell’umore,o dei bianchini che aveva ingollato,iniziava a cantare “la storia che vi vengo a raccontare” oppure,soprattutto d’inverno,con una barzelletta pronunciata con la caratteristica cadenza veneta,”Me ciamo Gofredo”diceva” e son de Rovigo,un giorno sull’Himalaya,tra ghiaccio e neve,incontro lo yeti,l’abominevole uomo delle nevi,non so che fare e allora ghe disi piacere,Gofredo, e lù mi risponde anca mì e tanto!-“e giù una sventagliata con la fisarmonica.
Sul finire degli anni quaranta del secolo scorso,la gente si appassionava soprattutto alle storie della Cianciulli,la saponificatrice di Correggio,che,in tempi diversi,durante la seconda guerra mondiale, aveva fatto a pezzi di certo tre donne,di altre fu solo sospettata,messe a bollire in un pentolone con la soda caustica e preparato del sapone,della contessa Bellentani,definito all’epoca il delitto dell’ermellino,perché da una tasca della sua cappa d’ermellino aveva estratto una pistola ed ucciso l’amante nel lussuoso hotel Villa d’Este di Cernobbio e di Rina Fort,la belva di via San Gregorio,che in questa via di Milano,per vendetta,aveva massacrato la moglie ed i tre figli dell’amante nel loro appartamento.
Della Cianciulli il cantastorie decantava il sapone alla belladonna,della Bellentani attribuiva all’abbondanza dei danee tutti i vizi dei sciuri e della Fort si soffermava sull’orrore per quei poveri bambini innocenti trucidati.
Al termine dell’esibizione la Pasquina,sua nuova compagna, girava tra la gente,che si era fermata,per raccogliere le offerte e dare una copia della storia che avevano appena ascoltato,ciclostilata,come tutte le altre,dal messo comunale di un paese sopra Gera Lario che,per sua giovanile pulsione poetica,le aveva pure scritte.
Ne aveva preparata una anche sull’oro di Dongo,che Gion aveva iniziato a cantare a Domaso,il paese che sta proprio lì a due passi.
Aveva cominciato con Un bel dì in quel di Dongo/si son dorate pure le trote,che il brigadiere Salvatore Esposito,per caso lì di passaggio,lo interruppe e, presolo in disparte,ammiccando e strattonandolo,gli disse che su questa storia,da quelle parti,era meglio star muti come le trote,se non si voleva finir nel lago ammazzati al pari del capitano Neri e della Gianna,la sua compagna.
Saputolo se ne dispiacque il messo comunale,che ci aveva messo lo stesso impegno di quando aveva scritto nel 1936 “E nostra l’Abissinia,evviva evviva!”.
Perché lui non poteva assolutamente dimenticare che nella prima grande guerra era stato arruolato nell’11° reggimento bersaglieri e teneva custodita,come una reliquia,la foto di un gruppo di commilitoni,scattata nella caserma Leccis di Casarsa,in cui spiccava lo sguardo magnetico del caporale Benito Mussolini (e non era neppure in prima fila)!Dal che è facile arguire da che parte battesse il cuore del messo comunale.
Il cantastorie Gion,per l’anagrafe Giovanni Diotallevi,fino a poco tempo prima era stato un apprezzato fisarmonicista,aveva suonato anche nell’orchestra di Gorni Kramer,e poi,come solista virtuoso,aveva lavorato in diverse compagnie d’avanspet-
tacolo,anche in quella del famoso comico Fanfulla,si vantata.
Nell’ultima,malauguratamente. si era invaghito della soubrette Gloria Roger,maliar-
da dell’avanspettacolo,quello che veniva rappresentato nei locali sempre avvolti da una spessa cortina di fumo delle sigarette Alfa,le più a buon mercato in quegli anni, tra una proiezione e l’altra di un film di terza visione.
Se Gloria Roger fosse stata brava come artista quanto lo era come zoccola,sarebbe diventata una star di Holliwood.
Una sveltina rimediata nel camerino di lei durante le prove della rivista fecero perdere del tutto l’intelletto a Giovanni Diotallevi.
Cominciò con un regaluccio,un anello con brillantino che luccicava come un lumino dei morti,poi,erano passati solo un paio di giorni,singhiozzando Gloria gli aveva confidato i suoi problemi economici,causati dalla necessità di aiutare i vecchi genitori gravemente infermi,bisognosi di cure molto costose,”solo tu puoi aiutarmi,se veramente mi ami,in questo brutto momento”.
Quando giunsero a Lecco per alcune serate di recite al cinema-teatro Lariano,Giovanni non solo era stato allisciato di tutti i suoi risparmi come il sasso di un torrente di montagna,ma pure messo in disparte perché lei,Gloria Roger, non voleva assolutamente avere a che fare con un morto di fame. Per il dispiacere il musicista si era messo a bere come un cavallante.
Ci pensò Gigi Guerra,un toscanaccio dalla lingua sacrilega,ad aprigli gli occhi ed il baratro in cui sarebbe precipitato la sera dopo.
Costui era la spalla di Renzo Penzo,il comico della compagnia della quale era anche il capocomico.
Quella sera aveva ricevuto un cazziatone da questi perché non aveva saputo porgergli a dovere la battuta sulla quale si basava tutta la scenetta e voleva vendicarsi.
Presolo in disparte,gli fece senza tanti preamboli:
-Ma tu,oh gran grullo,non sai che Gloria Roger è da un sacco d’anni l’amante di Renzo Penzo?-
-No,ma lui è sposato con la cantante…-riuscì a farfugliare Giovanni.
-Questo gliene può fregà de meno!Ma tu non sai nemmeno che quel gran comico della mia minchia è pieno di debiti?-Lo incalzò il Guerra.
-Che c’entra questo con Gloria?-Provò a ribattere.
-C’entra,c’entra,la baldraccona è a caccia di gonzi da spennare per aiutare il suo ganzo, se non paga certi debiti son per lui cavoli amari!E tu sei stato l’ultimo spennato e spellato a dovere tanto da diventare pure lo zimbello della compagnia!-
-Ma erano soldi per aiutare i suoi genitori!-Fu l’ultima disperata giustificazione del musicista.
L’altro fece una sghignazzata:
-Ma se son da chissà quant’anni pasto dei vermi!-
Giovanni Diotallevi scappò via e più si sentiva tradito e raggirato più beveva,così,la sera dopo,addirittura la serata in onore del comico Renzo Penzo,annunciato da un roboante “Signori e signore, il virtuoso della fisarmonica Giovanni Diotallevi ora suonerà per voi un put-pourri di mazurche”,entrò in scena barcollando, riuscendo a malapena a sedersi sulla sedia posta nel bel mezzo del palcoscenico e salutare il pubblico invece che con un inchino con il classico singhiozzo dello sbronzo.
La gente che seguiva l’avanspettacolo aspettava solo il momento buono per far cagnara contro il primo malcapitato che aveva qualche esitazione a stare in scena e quanto adesso che si presentava ai loro occhi era un’occasione troppo ghiotta da lasciar perdere,così,come si erano subito accorti del comportamento fuori luogo del musicista, prestarono la massima attenzione a quel che succedeva e,quando nell’aprire la fisarmonica a ventaglio,Giovanni Diotallevi tanto brigò che, imbranato e stordito dal vino com’era,cadde come un salame dalla sedia,fecero scoppiare il finimondo.
Quelli delle prime file,tutti in piedi proruppero in urla,fischi,invettive,”ciuchetun” (ubriacone),era il termine più lusinghiero,subito fu calato il sipario e di lì a poco comparvero le ballerine,ancor più discinte e sculettanti del solito,per calmare gli animi che ben soddisfatti di quel fuori programma,le ripagarono con applausi e commenti salaci.
A Renzo Penzo,sobillato dalla sua amante,che non vedeva l’ora di liberarsi di quell’impiastro , ormai senza più un quattrino da levargli,diventato pure fastidioso peggio di una mosca cocchiera, non gli parve vero d’aver trovato il pretesto per sbatterlo fuori dalla compagnia con una sceneggiata da par suo,avvertendolo anche che Giovanni Diotallevi non avrebbe più lavorato nel mondo delle spettacolo perché lui,Renzo Penzo,nell’ambiente artistico,dove godeva della massima considerazione,parole sue,lo avrebbe tosto sputtanato descrivendolo come un ubriacone inaffidabile e quella serata ne era la prova inequivocabile.
All’indomani,con accanto la fisarmonica ed una valigia di cartone con dentro tutta la sua roba,Giovanni Diotallevi se ne stava seduto in un tavolo d’angolo,con davanti una tazza di squinzano, nell’osteria del vicolo Granai,frequentata sopratutto dagli ambulanti,il mercato si svolgeva il mercoledì ed sabato,lì a due passi, sulla piazza in riva al lago e dai facchini che brigavano per caricare e scaricare i comballi che su quella riva,chiamata anche porto di Lecco,attraccavano per la maggior parte proprio nei giorni di mercato.
Benchè inebetito dal vino,grattandosi l’ispida barbetta,ingrigita e mal curata,almanaccava sulle fosche prospettive che lo aspettavano.
Come si era ridotto non aveva la possibilità di trovare una scrittura e ritornare a Milano, poi ,come faceva,la padrona della pensioncina dove alloggiava lo aspettava per saldare i conti in sospeso,già gli aveva portato via le due fisarmoniche di riserva, e con le poche lire che gli erano rimaste si sarebbe trovato sbattuta la porta in faccia.Che fare,allora?
-Ho saputo che sei proprio nella palta fino al collo-gli disse,senza tanti preamboli, sedendosi di fronte un omone con sulle spalle un organetto,Giovanni Diotallevi scrollò la testa senza rispondere mentre quello ordinava un litro di barbacarlo con due tazze-le voci al mercato di Lecco corrono più veloci del tram-soggiunse.
Come la serva gli portò il vino,era una donna,passata la quarantina,con volto un po’ butterato e dalle forme sgraziate,prima le toccò il culo e poi riempì le due tazze spiegandogli:
-Si chiama Pasquina e arrotonda la paga con qualche marchetta nella sua camera al piano di sopra.Cento lire a botta.-Il Diotallevi lo guardò con sguardo inespressivo:
-Mi sa tanto che per te non è il momento giusto per questi argomenti!-Esclamò- e scommetto pure che stanotte non sai nemmeno dove andare!-Finalmente il musicista parve destarsi dal torpore e fece un cenno con la testa.
-Allora ho da farti una proposta-continuò l’omone-io sono conosciuto come il Pinettun,cantastorie che gira nei mercati dell’alto lago,Dongo,Domaso,Gravedona,Sorico e Gera Lario.Ma due volte al mese scendo fino a Lecco.La ragione?Semplice,Giuseppe Dell’Oro,il padrone che mi lascia alloggiare in una delle due cabine del suo comballo,la Regina del Lario,in cambio di notte gli curo la barca e la roba,due volte al mese, nei giorni di mercato,viene fin quaggiù per scaricare e caricare la mercanzia ed io rimango a bordo a fargli compagnia, bere un bicchiere o due ed alla mattina,noi si viaggia di notte,approfitto per andare a cantare le mie storie al mercato,tra una bancarella e l’altra.
Si guadagna da vivere, lavorando sì e no dieci giorni al mese al mese,però una scodella di trippa a mezzogiorno in un’osteria e alla sera un buffettone di pane e salame,vino a volontà,non mancano mai.E ci ho pure qualche buono postale da parte.-
Giovanni Diotallevi ora lo stava ascoltando con attenzione aspettando con qualche impazienza dove volesse andare a parare.
-Ho quasi ottant’anni-arrivò al dunque il Pinettun-tutte le giunture della mani e della braccia mi fanno un male cane e non riesco quasi più a suonare l’organetto e la voce è diventata quella di un tisico. Ho perciò bisogno di un socio.L’avevo fino all’anno scorso ma se ne andato tranquillo come un tre lire all’altro mondo. Tu faresti al caso mio,con la fisarmonica te la cavi alla grande,dal momento che non hai più nessuna possibilità di cavartela nel giro che conta,io te ne offro una,niente di speciale,solo di continuare a vivere in qualche modo e bere per dimenticare.Tu suoni,canti,sai cantare,vero,non è necessario essere un Beniamino Gigli,basta farsi intendere o magari declamare!Ed io vendo le storie e raccolgo le offerte.-
-Io ci starei ma…- Spiccicò Davide Diotallevi.
-La cabina ha già due brandine,ci stavo già con l’altro socio, ma tanto l’osteria sarà la nostra casa!Facciamo tutto a metà ed abbiamo una settimana per cominciare come si deve.-Rispose il Pinettun,ormai certo d’averlo convinto e quando salirono sul comballo erano bell’imbriachi tutti e due,(facevano tre con il padrone del comballo).
E così Giovanni Diotallevi,virtuoso della fisarmonica, divenne Gion il cantastorie.
Si adeguò presto a questo nuovo mestiere e per richiamare l’attenzione dei sempliciotti di quei paesi, oltre agli assolo con la fisarmonica e le barzellette, raccontate come le aveva sentite un sacco di volte dai comici dell’avanspettacolo,gli capitava anche di cantare la storia della contessa Bellentani alla maniera del famoso chansonnier Gino Franzi,con cui aveva lavorato una stagione in una compagnia di giro,in Balocchi e profumi .
L’amicizia fra i due si rinsaldò in lunghi silenzi,lunghe confessioni e lunghe bevute,finchè un bel giorno di novembre al mercato di Gravedona il Pinettun si lasciò giù e fu inutile la corsa al locale ospedale.Giovanni Diotallevi usò tutti i risparmi lasciati dall’amico per fargli una bella tomba in un paese della val di Sorico,quello anche del messo comunale, dove era nato.
La Pasquina era stufa marcia della schifosa vita che conduceva,non le bastava lavorare come una serva tutto il giorno,le toccava pure portarsi in camera gente che al minimo era lercia e puzzava di vino,così,visto che il Gion,ora rimasto solo,veniva spesso il mercoledì a mangiare un bel piatto di trippa,una parola tira l’altra,riuscì a portarselo prima nella camera sopra l’osteria e poi convincerlo a tenersela appresso per i mercati a raccogliere le offerte e naturalmente convivere con lui nella cabina del comballo.
Il lago era una macchia nera d’inchiostro,la luna piena rischiarava i cupi profili della Grigne ed il comballo,sospinto da una brezza leggera,lentamente si dirigeva verso Lecco.
Ancora mezzo intontito dalla bevuta della sera prima di partire,Gion allungò una mano per cercare la Pasquina,ma il suo posto era vuoto.Incuriosito si sollevò e gli parve sentire dei rumori,come quelli di un porco che grufola,provenire dalla cabina accanto.
Si alzò,fece due passi e da quel momento tutto si svolse veloce come in un sogno.
Vide il padrone della Regina del Lario che nell’altra cabina si ingroppava la sua donna,lui non lo sapeva,ma purtroppo era stata questa la condizione perche la Pasquina potesse restare a bordo del comballo,sentì la delusione e l’amarezza della sua vita trasformarsi in odio verso tutti e tutto,sfilò da una cavigliera uno dei cavicchi di legno massiccio,usati per fissare la drizza della vela quadra, e come un ossesso si avventò su tutti e due colpendoli ripetutamente alla testa finché,sfinito da tutto quel sangue,si lasciò scivolare lungo la chiglia del barcone.
Albeggiava quando alcuni pescatori d’anguille sulla riva dove sfocia il Gerenzone,uno dei tre torrenti che attraversano Lecco,udirono il suono di una fisarmonica provenire da un comballo,sta suonando il Bolero di Ravel disse uno di loro,e poi videro l’imbarcazione,ora trascinata da un vento molto teso che si era alzato all’improvviso e gonfiato la vela,cambiare improvvisamente rotta e dirigersi velocemente nella direzione opposta,verso il promontorio della rocca di Malgrate che sta proprio di fronte al porto di Lecco.
Istintivamente i pescatori si sbracciarono e gridarono senza poter far nulla se non assistere allo schianto del comballo contro la roccia,con un gran botto,vederlo spaccarsi come una noce ed inabissarsi in pochi attimi.
Un pescatore inforcò la bicicletta per correre trafelato dai carabinieri a riferire dell’accaduto.
Ecco uno stralcio dell’informativa che il comando trasmise alla Procura di Lecco:
-Dal poco fasciame recuperato da alcuni barcaioli risulta senza ombra di dubbio trattarsi del barcone,chiamato anche comballo”Regina del Lario”registrato… di proprietà di Giuseppe Dell’Oro fu Angelo,nato a Domaso il 17.07.1896 ed ivi residente in via…
-Dalle testimonianze dei pescatori presenti al naufragio,(seguono generalità),si evince che l’imbarcazione in quel momento era senza una guida ed è probabile pertanto arguire che il Giuseppe Dell’Oro, che avrebbe dovuto essere al timone, si fosse addormentato,forse anche per le abbondanti libagioni cui era avvezzo…
Il suono della fisarmonica udito dai testimoni è un fatto che non rientra in nessuna delle ipotesi del naufragio…
A bordo dell’imbarcazione,in cattivo stato secondo quanto raccolto dal comando della stazione dei carabinieri d Dongo,risulta si trovassero anche tale Giovanni Diotallevi fu Luigi,detto Gion il cantastorie,nato a… (Rovigo) il 12.06.1899 vagabondo senza fissa dimora e Pasqualina Rossi fu Mario,detta Pasquina,nata a Lecco il 18.02.1900 residente in Lecco vicolo Granai s.n. prostituta,che sulla stessa pare trovassero rifugio…
Secondo il parere degli esperti nel tratto dove è avvenuto il naufragio,il lago ha una profondità di un centinaio di metri ed il barcone,appesantito da un carico di billette di ferro dell’Acciaierie Falck di Dongo destinate alla Metallurgica Frigerio di Malavedo,rione di Lecco,(per tale motivo repentinamente inabissatosi,come deposto dai testimoni), è,con tutta probabilità, sprofondato in buona parte nella melma che ricopre i fondali rendendo pertanto impossibile il suo ricupero o quello delle vittime.-
-Requiescant in pacem-barbottò il cancelliere del tribunale archiviando questa pratica.
15:43 Scritto da: peop | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: racconti lago | OKNOtizie |
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