28/11/2010
L'incanto del lago
L’INCANTO DEL LAGO
Dopo aver fotografato dal lago decine di volte Villa Cipressi,soprattutto il suo giardino,da una di queste foto avrebbe poi trovato l’ispirazione per la scenografia,ancora in fase di studio,del secondo atto del Mefistofele di Arrigo Boito,quegli alberi dritti e severi che davano il nome alla villa,in penombra,erano lo sfondo ideale per lo spirito dell’opera,si apprestò a ritornare a Lecco con il suo motoscafo Riva.
Stava entrando nella darsena della Canottieri quando fu irresistibilmente attratto dall’avvenenza di una signora,appoggiata alla balaustra del molo che si protende verso il lago,intenta dall’alto ad ammirare il panorama,in compagnia di Lidia,la moglie del suo miglior amico,un affermato architetto.
Aveva scorto, inoltre,che tra i suoi capelli,mossi da una leggera brezza,una cresta del Resegone che,a quell’ora del giorno,splendeva come un piccolo gioiello di corallo e questo particolare gli riportò alla memoria un’inquadratura del film Senso,di Luchino Visconti,quella in cui,in un lussuoso salone,in un primo piano di Alida Valli,tra la sua chioma,si notava, in un quadro alle sue spalle,un dettaglio della battaglia di Magenta.
Ne fu distratto tanto da urtare con il motoscafo l’ampio scivolo di legno,usato dai canottieri per mettere in acqua gli armi.
Scrollando divertito la testa e sorridendo si apprestò ad ormeggiare il motoscafo,nel frattempo la signora che aveva destato il suo interesse chiese all’amica:
-Chi è quel bel tipo?-
-E’ Momo Berera,uno scenografo molto noto,-le rispose-ed il miglior amico di Ludovico.-
-L’ho sentito nominare,ma non sapevo fosse di Lecco.-
-La sua è una famiglia molto facoltosa,industriali del ferro,-soggiunse Lidia-Momo però si è fatto liquidare,adesso vive in una vecchia filanda dei primi ottocento in riva al torrente Fiumicella, ristrutturata da mio marito.E’ apparsa anche su alcune riviste di arredamento,al piano terra c’è un grande spazio che ospita la sua collezione di moto Guzzi d’epoca,il laboratorio per lo preparazione dei bozzetti delle scenografie,un impianto stereo professionale,con altoparlanti nascosti in tutti i locali della casa,regolati da un radiocomando che seleziona pure gli oltre tremila brani musicali registrati ed un enorme torcitoio di legno circolare restaurato,completo di centinaia di rocchetti di seta,che arriva fino al piano di sopra dove è stato trasformato in libreria,stupefacente!Questo piano poi è un vasto ambiente con lo studio ed un salone con un pianoforte acquistato quando hanno chiuso villa Ponchielli ed un antico biliardo fine settecento.Divani,poltrone,quadri e tappeti sono dovunque.Una parete mobile lo divide dai servizi, dalla cucina e dalle camere da letto.E’ proprio una casa da vedere!-
-Manca un cartello,per chi entra in darsena, che avverta “attenzione, guardare le belle signore può essere pericoloso!”- disse Momo ad alta voce avvicinandosi loro.Seguirono le presentazioni,lei era Raffaella Marchesi,Raffa per gli amici,i soliti convenevoli prima di andare a sedersi al bar sotto le piante.
-E’ un posto meraviglioso,-fece Raffa guardandosi intorno-il cortile con i platani,l’edificio che richiama il liberty,le Alpi che fanno da sfondo all’ampio terrazzo con la piscina affacciato sul lago,non ci sono parole per descrivere la sua bellezza.-Momo invece continuava ad ammirare i suoi intensi occhi neri e la delicatezza dei lineamenti,sarebbe stata una delle modelle preferite dal pittore Angelo Boldini,pensava,insomma,era una stupenda signora quarantenne.
Lidia intanto gli spiegava le ragioni che avevano portato l’amica da Torino a Lecco.
Era venuta per conoscere e far sottoscrivere un contratto ad un giovane disabile per la pubblicazione di un suo libro di poesie che Raffa aveva letto sul blog postato proprio da quel ragazzo e che le riteneva una rivelazione.
-Dunque ti occupi di editoria?-Le chiese Momo,erano subito passati al tu.
-Sì,posseggo con un socio una piccola casa editrice di nicchia,Le foglie d’acero,pubblichiamo solo libri,particolarmente curati, di poesie appunto.-
-Davvero molto interessante,-fece Momo,che non riuscì a spiegarsi quel piccolo moto di fastidio subito provato verso quel socio sconosciuto.
-Pubblichiamo un centinaio di libri all’anno,siamo proprio una piccola casa editrice,-concluse Raffa.
-Hanno gli uffici in corso Vittorio Emanuele sopra la Pasticceria Peyrano- raccontò Lidia-ricordo un giorno che siamo andati a trovarla,era primavera,con le finestre aperte invece del profumo del vicino parco del Valentino mi sembrava assaporare quello inebriante del cioccolato che usciva da quel rinomatissimo negozio.-
-Poesia e cioccolato,un abbinamento perfetto!-Commentò Momo che ad un certo punto della conversazione propose:
-Domani è domenica,che ne direste se andassimo alla ricerca di un angolino tranquillo per fare un bel bagno nel lago e un lunch a bordo del motoscafo?-
-E’ una bellissima idea-rispose Lidia-tu Raffa saresti d’accordo?-
-Certamente,purché possa ripartire per Torino prima di notte,piuttosto tuo marito ha preso qualche altro impegno?-Rispose l’amica.
-Non ci sono problemi,ritorneremo nel pomeriggio ed a Ludovico ci penso io.-Si intromise Momo che subito chiamò l’amico col telefonino e dopo avergli illustrato il programma,ridendo chiuse la comunicazione con un:
-Grazie,ben detto,gli ordini vanno eseguiti senza discutere!Ciao carissimo,a domani allora.-
La seconda telefonata la fece allo chef della più rinomata gastronomia cittadina: “Sono Momo Berera,buongiorno,per favore mi prepari per domattina…nove,nove e mezzo…un po’ di delizie al sapore di lago…sì,pranzeremo in barca…per quattro…ottima idea,vada anche per la cassata alla siciliana,un angolo di Sicilia si trova anche nell’alto Lario dove è diffuso il culto di Santa Rosalia e noi andremo proprio da quelle parti…”
All’indomani mattina Raffa,in compagnia dei due amici,lo stava aspettando all’ingresso della Canottieri e,come lo vide la giornata,le parve diventare straordinariamente luminosa.
Momo era in sella ad un mitico Falcone 500 Guzzi degli anni cinquanta,indossava una leggera sahariana e un paia di bermuda stile coloniale inglese,al suo fianco sul sidecar a due posti sul davanti sedeva un omino,Felipe,il suo cameriere-maggiordomo-tuttofare, e dietro erano stipate diverse borse termiche e cestini di vimini da pic- nic.
Come si tolse il casco,con una mano aggiustò i capelli ondulati,quelle striature di grigio lo rendevano un uomo particolarmente interessante,salutò prima di tutti Raffa con un radioso sorriso,seguito appresso dal filippino che cerimoniosamente porse a tutti i suoi omaggi e sottovoce,per non farsi sentire dal padrone,le disse:
-Il signor Momo ieri sera m’aveva detto di aver conosciuto una bellissima signora e non aveva davvero esagerato!-
Risero ancora quando videro Felipe ripartire quasi sdraiato sul quel bolide rosso,costretto a spostarsi tutto da una parte per raggiungere la pedaliera.
Momo ascoltando estasiato il caratteristico rombo del motore Guzzi ripeteva:
-Questa sì che è musica,ragazzi!-
Imbarcate tutte le provviste,Ludovico si mise ai comandi del motoscafo,era il modo migliore per renderlo felice,e si diressero verso l’alto lago.
Memo,comodamente seduto tra le due signore sul divano bianco di poppa,illustrava a Raffa i posti più suggestivi del paesaggio,le aspre e possenti Grigne,villa Cipressi e villa Monastero a Varenna,il castello di Vezio,villa Serbelloni a Bellagio e villa del Balbaniello a Lenno,finché attraccarono a Piona per visitare l’Abbazia.
Raffa rimase assorta a contemplarla e quando ritornarono lungo il sentiero che li riportava al motoscafo,prese dall’ampia borsa di paglia la bozza di un libretto:
-Sono le poesie di quel ragazzo che voglio pubblicare-spiegò-ed una parla proprio di questa Abbazia-cominciò a leggerla ad alta voce,Momo l’ascoltava guardandola affascinato,era vicina ad una siepe fiorita,si era messa gli occhiali da vista che riflettevano tutti i colori del lago,e quando terminò sorrise timidamente:
-Scusatemi-disse-sono stata coinvolta dall’intensa spiritualità di questo posto!-Lidia l’abbracciò commossa ,invece Momo si rese conto,piacevolmente sorpreso,di un prodigio,quello di essere sul punto di innamorarsi.
Una volta saliti a bordo,il motoscafo doppiò il promontorio dell’Abbazia ed entrò in un’ampia insenatura chiamata laghetto di Piona.In una caletta,solo uno scosceso viottolo,fortunatamente non conosciuto dai turisti della domenica,la collegava alla sovrastante strada,Ludovico diede fondo all’ancora.
Momo ammirò ancor di più Raffa quando uscì dalla cabina di prua con indosso un ridottissimo bikini,prestatole da Lidia,provando gli stessi turbamenti di quand’era ragazzo.
I campanili che svettavano su entrambe le sponde suonarono festosi il mezzogiorno, ma gli amici continuarono in piacevoli nuotate,tuffi dal motoscafo,giochi con il pallone finché Ludovico prese l’iniziativa di salire a bordo per montare il tavolo per il pranzo.
-Ho un certo languore,-si giustificò.
Uno speciale Franciacorta millesimato e ghiacciato al punto giusto accompagnò la degustazione di tartine con paté di lavarello,crostini imburrati con fettine di salmerino affumicato e un pizzico di scalogno tritato,voulavant con mousse di missoltini aromatizzati all’aceto balsamico di Modena,tramezzini sia con insalata russa che con anelli di uova sode insaporite da due gocce di salsa worcester,fino alla sublime cassata siciliana.Passarono indimenticabili momenti di relax e divertimento nell’indicibile pace del lago,Ludovico,che tra una battuta e l’altra si era scolato da solo una bottiglia di spumante,stirandosi e fingendosi sazio ed appagato,propose a Momo:
-Per facilitare la digestione questo sarebbe il momento più adatto per sorseggiare il tuo magico intruglio!-
Momo partì da lontano per spiegare a Raffa cosa fosse quello che l’amico aveva la faccia di tolla di chiamare intruglio.
Una sua nonna,che era delle parti di Tirano,possedeva anche un vigneto che produceva lo Sfùrzat,il vino più nobile della Valtellina.Già i suoi genitori avevano lasciato curare questo apprezzamento ad una famiglia con un podere confinante e da allora,a seconda delle annate,venivano ripagati con alcune centinaio di bottiglie,che tenevano in cantina sia per uso personale che per regalarle agli amici.
-Le nostre sono già desolatamente vuote-confessò ridendo Lidia.
Questi eccellenti vignaioli con le vinacce dello Sfùrzat,continuò il racconto Momo,hanno anche la maestria di distillare di sfroso una grappa,in bergamasca la chiamano stellina perché una volta era prodotta di notte nei boschi demaniali per eludere i finanzieri ed evitare sequestri dei beni,di particolare fragranza.Vi aggiungono quindi l’assenzio alpino,raccolto in una vallata sotto il ghiacciaio del Bernina e la lasciano macerare per qualche mese e poi la filtrano e messa ad invecchiare in botticelle di rovere.
Da una cesta di vimini estrasse una bottiglia di cristallo piena di un liquore che aveva i tenui riflessi verdi simili a quelli di un ghiacciaio.
- Questo è il risultato,un infuso di assenzio senza la tossicità del distillato che provocò non pochi guasti agli artisti nell’ottocento,-precisò Momo-ma con ha ottime proprietà medicinali,l’importante tuttavia è non abusarne.Basta un bicchierino.-
-O due,-corresse prontamente Ludovico.
Lentamente li centellinarono e aprì loro la porta dei ricordi.
Raffa si era sposata giovanissima con un ricco industriale torinese,era divorziata,(l’assegno mensile le permetteva di vivere agiatamente e la sua casa editrice era un modo di soddisfare i suoi interessi culturali),ed aveva una figlia che studiava in un college di Canterbury.
Lidia dopo dieci anni di matrimonio non era stata ancora accettata dalla madre di Ludovico,”Come gli avessi portato via il bimbo dalla culla”,ripeteva.
Ludovico inseguiva progetti che lo liberassero dalla routine professionale mentre Momo,di una sua relazione con una nota cantante lirica confessò di esserne uscito”Stressato come un gatto finito in lavatrice!”
-Adesso basta,rallegriamoci con la musica!-Propose Ludovico che prese dalla cabina due chitarre.
-Ho pensato a questa romanza della Manon Lescaut quando ieri ti ho vista ieri per la prima volta,-disse Momo rivolto a Raffa ed intonò “Donna non vidi mai”.
Aveva una discreta voce tenorile,ben impostata da tanti anni di frequentazione di teatri lirici.Quando concluse con “A dirle t’amo” subito subentrò Ludovico con la canzone “Ho scritto t’amo sulla spiaggia”,lui aveva invece un bellissimo ritmo swing alla Lelio Luttazzi e nel momento che concludeva con “Il vento a poco poco se l’è portata via con sé”,Momo intonò prontamente una famosa canzone di Bixio Cherubini del 1939, “Vento,vento,portami via con te”ed i tre fecero il coro”Andremo insieme nel firmamento,dove le stelle brilleranno a cento”e divertiti si sgolarono per cantarla tutta.
Quasi l’avessero evocato,all’improvviso si alzò un vento teso e nuvole nere si presentarono sul Piano di Spagna.
-In questa stagione il lago è capriccioso come quella che ha fatto innamorare un mio amico!-Commentò ironico Ludovico e,messo in ordine il pozzetto,si apprestarono a rientrare alla Canottieri.
Il pomeriggio del giorno dopo un fattorino del fiorista che aveva il negozio-boutique quasi di fronte al suo ufficio,consegnandole un magnifico tralcio di orchidea selvaggia in un vasetto d’argento,il tutto avvolto da una delicata carta trasparente,distrasse Raffa dai suoi pensieri,incentrati tutti sulla giornata trascorsa con Momo..
Con il cuore in tumulto per la sorpresa,dopo aver accomiatato il ragazzo con una bella mancia,”Mi tremano persino le mani”,pensò leggendo il biglietto che accompagnava questo bellissimo omaggio floreale.
“Con te accanto il lago diventa un incanto,Momo”,si asciugò una lacrima per l’emozione di sentirsi una donna felice.
-Hai davvero fatto colpo sul Renzo Tramaglino di quel ramo del lago di Como!-Osservò sorridendo il suo socio partecipe di quel momento d’intenso turbamento.
-Erano anni che non provavo una simile sensazione-gli stava confidando Raffa quando una voce la interruppe:
-Disturbo?-D’impeto buttò le braccia al collo a Momo che era apparso sorridendo sulla porta dell’ufficio.
A Momo il sorriso si allargò maggiormente quando fu presentato a Giaco,il socio,che non faceva nulla per nascondere le sue tendenze gay.
-Sono a Torino perché ho un appuntamento al Teatro Regio per concordare un contratto per la scenografia del Mefistofele in programma la prossima stagione-stava spiegando Momo e con un sorriso malizioso soggiunse- o forse è una scusa per rivederti,chissà!-
-Ci saremmo incrontrati in ogni caso-confessò Raffa che se lo mangiava con gli occhi-io sarei venuta domani a Lecco per il libro di quel ragazzo,con la scusa di fissare le date della presentazione nelle librerie.-
-Dato che è tanto tempo che non vi vedete avrete un sacco di cose da dirvi-interloquì con voce ironica Giaco-è meglio dunque che vi lasci soli.-
Momo aveva preso alloggio al Turin Palace e parcheggiato la macchina nel garage dell’hotel,-Preferisco raggiungere il teatro a piedi perché percorrere via Roma è sempre una piacevole passeggiata,-le disse dopo aver concordato che lei sarebbe passata a prenderlo in albergo verso le venti per trascorrere la serata insieme.
Dopo la cena al Bastian Contrario sulla collina di Moncalieri,parlarono fitti fitti guardandosi negli occhi,Raffa lo invitò a casa sua per il bicchierino della staffa,entrambi impazienti di rimanere soli e come Momo ammirò da un'ampia vetrata il lento fluire del Po,Raffa lo abbracciò mormorando:
-Con te accanto anche il Po diventa un incanto!-
Fecero l’amore assaporando il piacere di conoscersi intimamente ed a Raffa parve fluttuare in una nuvola di petali di rosa.
Al mattino, mentre sorseggiavano un caffè nero in cucina,confessando che non se la sentivano di interrompere quegli attimi felici di coinvolgente passione per ritornare alla loro quotidianità,decisero di partire per una vacanza in Sardegna.
Raffa telefonò a Giaco per informarlo della partenza, alla figlia inviò un sms e si mise subito a preparare le valigie e Momo,rientrato in taxi in albergo per riassettarsi,sistemare il conto,prendere il coupé Maserati,la raggiunse in poco meno di un’ora.In autostrada avvertì Felipe di predisporre quanto necessario per una sua vacanza di una settimana al mare.
Mentre gli dava le ultime disposizioni,-Se mi cercano trova tu una scusa,che sei un maestro in queste cose!Avvertimi solo se c’è un disastro,-Raffa girava incuriosita per tutta la casa a rimirare ogni dettaglio,sorrise nel vedere il telefono nel salotto sistemato dentro una portantina veneziana del settecento,contemplò alle pareti l’impor-
tante collezione dei quadri dei Pizzi con i paesaggi di Lecco e del lago,osservò la semplicità della camera da letto di Momo,un letto in ottone stile impero,a fianco una somna,con una lampada Artemide e sopra la testiera un’antica icona bizantina.Una seconda porta accedeva ad un vestibolo che separava la camera guardaroba dal bagno.
Momo chiamò un suo amico,titolare di una grande catena di agenzie di viaggi.
-Vorrei che mi prenotassi, per favore,una camera all’hotel Cala di Volpe-gli disse- non nel corpo centrale bensì nel nucleo costruito sul modello di un borgo di pescatori sardi e pure un passaggio per due più l’auto su un traghetto per Olbia.-Accettò il consiglio dell’amico di partire la sera stessa da Genova con una motonave della Grimaldi.
Per Raffa questa non fu una vacanza ma uno scampolo di sogno,per Momo un irripetibile momento di felicità.In quell’hotel era come vivere in un mondo di fiabe,ogni posto visitato dell’isola, indescrivibile.La grotta di Ispinigoli,detta anche l’abisso delle vergine,sedusse il senso artistico di Momo,immaginandola inserita nella scenogra-
fia di un’opera lirica,giusto la Fosca del brasiliano Carlo Gomes,composta su libretto del lecchese Antonio Ghislanzoni,che sperava fosse un giorno rappresentata al Teatro Sociale,per onorare questo illustre concittadino.
Cala Luna con i suoi splendenti colori ed il profumo della macchia mediterranea tanto conturbò Raffa da farle sussurrare nell’orecchio di Momo: ”come sarebbe bello fare l’amore in posto così seducente!”.Questo desiderio lo appagarono a tarda sera ,in riva al mare sulla bianca spiaggia del Cala di Volpe,al chiaro di luna.Oh,come risero felici,come due scolaretti, quando entrati nella hall per ritirare la chiave,si accorsero di essere tutti imbrattati di finissima sabbia e camminando lasciavano pure una piccola scia!
Il portiere di notte,abituato a ben altro,non si stupì affatto ascoltandoli,mentre si allontanavano,canticchiare abbracciati:”siam due piccoli Pollicin,siamo due porcellin!”
Passate alcune settimane da questa meravigliosa vacanza,Raffa raggiunse Momo a Verona,impegnato nell’allestimento scenico della Manon Lescaut e condividere con lui il trionfo della prima all’Arena.
Nel quarto atto collocò, al centro della scena,un pezzo di carro di pionieri sfasciato e rovesciato,con una ruota in primo piano,simbolo del tempo che lì si era fermato e sugli spalti intorno al proscenio teli di sottile juta appositamente tessuti in Bangladesch,che,grazie alla trama e ad un gioco di luci,risaltavano come un pezzo di deserto americano.Cespugli rinsecchiti scorrevano sopra,mossi da alcuni attrezzisti alla maniera dei burattinai,celati dietro il fondale delle Montagne Rocciose e davano l’impressione d’essere mossi da un vento impetuoso.
Il lavoro stressante e l’afa patita consigliarono a Momo di ritirarsi,subito dopo gli impegni di questo importante lavoro,ovviamente in compagnia di Raffa,a Campitello di Fassa,per un periodo di riposo in un delizioso resort.
Lunghe passeggiate nei boschi,relax nel centro benessere,momenti di intenso piacere con la donna amata,sembrarono rimettere in perfetta forma Momo.
Alla Canottieri Lecco a ferragosto c’è una tradizione che si tramanda da moltissimi anni,tanto che molti soci anticipano o ritardano le ferie proprio per non mancare all’appuntamento del torneo sociale di doppio a tennis.
La coppia più seguita,per le simpatiche improvvisazioni e le colorite espressioni,quasi sempre però battuta in finale,era quella di Momo e Ludovico.
Questa volta scesero in campo con in testa una bandana che ricordava i bucanieri,e non solo,e le battute di Ludovico questa volta si incentrarono sugli spot di Carosello,quelli che seguiva quando era ancora bambino,e poi a nanna!
Cominciò presentandosi in campo con un “Sò Caio Gregorio er guardiano del Pretorio”,per un pallonetto che lo aveva scavalcato fece all’avversario “Cala,cala Trinchetto”,su una palla persa”Anch’io ho commesso un errore!”,a Momo su un doppio fallo consigliò”Bambino,tu bisogna pannolino Linus”,”Non è vero che tutto fa brodo”fu il suo commento alla fine del primo set e così via fino al termine della partita,questa volta vinta,quando gridò a Momo-Carmensita,chiudi il gas e vieni via!!-
Chi seguiva le partite,tutti amici tra loro,si stava divertendo un sacco e le signore facevano a gara per completare gli slogan con pure la marca cui si riferivano.
La partita del giorno dopo fu invece giocata molto più seriamente,soprattutto perché Ludovico si era accorto che l’amico sembrava particolarmente affaticato,-Raffa lo sta spompando-disse ghignando e strizzando un occhio alla moglie in un cambio di campo.
Ovviamente presero un cappotto e negli spogliatoi Momo,dopo la doccia,incrociò Sandro,un altro suo caro amico,vice primario al reparto urologia dell’ospedale cittadino.
-Scusami,ho bisogno di un consiglio,da parecchi giorni ogni tanto urino sangue,-gli confidò.
Sandro,che stava per prendere parte ad un’altra partita di tennis,depose le racchette su una panca e lo guardò fisso negli occhi:
-Domattina ti aspetto in reparto,senza se e senza ma,-gli intimò dandogli una pacca sulle spalle.
Un’esplorazione digito-rettale,un controllo del psa ed una risonanza magnetica evidenziarono quanto il medico aveva sospettato fin da subito.Momo aveva un tumore alla prostata in fase molto avanzata,con metastasi diffuse.Per porre,forse,un rimedio era necessario un immediato intervento chirurgico radicale ed invasivo,seguito da una debilitante radioterapia e chemioterapia.
-Immagino che dopo avrò un’attività sessuale ridotta,- arguì dopo aver ascoltato la diagnosi.
-Non voglio illuderti-gli rispose Sandro-non ridotta,ma nulla,zero al cubo.-
-Io ora,né mai,non rinuncio alla donna che amo,-disse Momo con decisione-abbiamo in programma una lunga vacanza alle Filippine,accompagnati da Felipe,con una puntata in Giappone per cogliere l’atmosfera per una scenografia della Butterflay e solo quando torno deciderò il da farsi.Ma oggi non posso accettare di vivere senza sesso con Raffa!Ti prego,da quel caro amico che sei,mettimi almeno in condizione di vivere al meglio questo periodo!-
Sandro allargò le braccia:
-Senza nessuna invidia,io ti ho sempre ammirato,per il tuo senso artistico,la scelta di vita che ti sei prefissato,mentre io passo il tempo ad infilare il dito nel culo degli uomini…-
-Tu li guarisci la gente,Sandro,la tua è la missione più importante che ci sia!-Lo interruppe Momo.
-Sarà,ma certe volte il tran tran,anche se in camice bianco,anche se importante,mi stressa ed ora non posso che ammirare la tua decisione,però è mio dovere avvertirti che al ritorno potrebbe essere già troppo tardi.Certi al tavolo verde si giocano tutti i loro averi,tu,per amore,ti stai giocando addirittura la vita!-Si interruppe per preparare alcune ricette-Ti ho prescritto delle pastiglie di morfina,usale solo quando comincerai ad avvertire dolori e del cialis,ti aiuteranno per l’erezione.-
Prima di uscire dallo studio,Sandro l’abbracciò.”Com’è strana la vita”pensò scrollando la testa e richiudendo la porta”ha tutto,è ricco,famoso,affascinante,potrebbe avere tutte le donne che vuole e invece la butta via per un grande amore!”
Al ritorno di questo fantastico viaggio Raffa,con levità tutta femminile,così lo sintetizzò ad un’amica:
-Indimenticabile e indescrivibile,soprattutto al fianco dell’uomo che si ama!Un’esperienza unica.Stupendo!Però pensa che un giorno ridendo ho detto a Momo,”amore mio,io sono nata ad Asigliano Vercellese tra le risaie,e lì ci abitano ancora i miei genitori,e tu mi porti dall’altro capo del mondo,nelle Filippine,per visitare altre risaie!”,due giorni dopo eravamo in Giappone al Monte Fuju,la risposta”vedi amore,io sono nato in riva al lago e sono venuto dall’altra parte del mondo per vederne addirittura cinque,adesso siamo pari!”mi disse abbracciandomi e sottovoce soggiunse”però questi non valgono il mio!”-
Raffa raggiunse Momo a Lecco per trascorrere insieme il fine settimana prima delle feste natalizie che avrebbe trascorse,come voleva la consuetudine,con sua figlia ed i genitori.
La sera prima di partire rimase turbata dalla profonda malinconia del suo uomo e con il sottofondo della romanza ”Ch’ella mi creda libero e lontano” della Fanciulla del West,la sensazione di fare l’amore con Momo per l’ultima volta,le dette un brivido che subito tentò di scacciare.
Nella grande casa padronale di Asigliano Vercellese,una leggera nebbia avvolgeva le loro vaste proprietà,Raffa stava aiutando il padre a preparare gli agnolotti.
-Fatti così da cent’anni e passa per il cenone di Natale,-le ripeteva nella patriarcale cucina tutto indaffarato ed infarinato,i baffetti gli erano diventati più bianchi,con l’immancabile parannaza intorno alla vita,-saremo più di venti e i miei cognati mangiano per due e bevono per tre,-e intanto continuava ad impastare la farina con le uova e tener d’occhio la moglie che stava riempiendo di ripieno un grasso cappone che poi avrebbe messo a lessare,quando sull’uscio si presentò un Felipe così bardato che pareva un esquimese.
Aveva l’incarico da parte del signor Momo di consegnare un pacco,avvolto in una raffinata carta regalo. Raffa lo afferrò mentre le gambe le tremavano per l’emozione.
A Felipe fu offerto un caffè in salotto e confermò che il suo padrone era già partito per Saint Moritz per trascorrere le festività con i fratelli.
La mattina di Natale la prima ad alzarsi fu Raffa,i genitori si sorrisero,-A l’è giusta bela-(è proprio innamorata),fece il padre.
Raffa scartò il regalo ed aprì una grossa scatola di velluto rosso a forma di cuore che, come una matrioska, ne conteneva altre finché, sorpresa ed impaziente, ne aprì una con uno sfavillante bracciale d’oro e lesse,tra lacrime di gioia,il biglietto che l’accompagnava,”Buon Natale,Momo!”
Subito gli inviò un appassionato sms e nel pomeriggio stettero al telefono moltissimo tempo.
La mattina di alcuni giorni dopo,come suo solito,Raffa lo chiamò al cellulare e non trovò la linea,ripeté l’operazione diverse volte finché decise di chiamarlo sul telefono di casa.Un imbarazzato e confuso Felipe rispose:
-Buongiorno signora Raffaella,no,il signor Momo non c’è…è partito…per dove?Non lo so proprio…non me l’ha detto…io sono solo il suo domestico…mi spiace davvero,immagino si farà vivo lui,buon giorno signora Raffaella.-
Non credette nemmeno a Lidia quando sostenne con troppa convinzione che non sentiva Momo da quando era a Saint Moritz e non sapeva proprio che fosse partito e naturalmente per dove.
Il fratello fu ancora più laconico:
-Momo è partito-le disse-ed io gli ho dato la mia parola d’onore che non avrei detto a nessuno,ripeto proprio a nessuno,dove fosse diretto.-
Raffa fu presa da un cupo tormento,la gelosia le si insinuò nell’animo,gettò il bracciale nell’angolo di un cassettone,si sentì tradita ed invano Gianco cercò di consolarla e contattò tutti i suoi numerosi amici dell’ambiente artistico per sapere se Momo fosse impegnato nella scenografia in qualche teatro.L’unica certezza che ottenne fu che lo scenografo Berera non aveva più sottoscritto il contratto per l’allestimento al Teatro Regio del Mefistofele.
Si disperava e si arrovellava”Non gli piaccio più…ha trovato una più giovane di me…gli artisti sono incostanti nei sentimenti…persino il biglietto che accompagnava il regalo di Natale era freddo,anonimo,puerile…”
Dal parrucchiere per signora di via Cernaia,indispensabile aver cura di sé per vincere la depressione,sfogliando Novella 2000 impallidì leggendo il gossip su una famosa soubrette partita per le Bermuda con un nuovo amore,non scrivevano il suo nome,ma solo che era un noto artista che lavorava nel mondo dello spettacolo.”E’Momo,è Momo!”pensò con il cuore in tumulto.
-Non sta bene,signora?-chiese premurosamente l’hair stylist che la stava pettinando.
-Grazie,non è nulla,solo che è un periodo che sono particolarmente stressata,-rispose trattenendo a malapena la voglia di piangere.
Non solo da Momo si sentì tradita ma anche dai suoi amici tanto che troncò in malo modo ogni rapporto con Lidia e Ludovico.
Erano passati dolorosamente alcuni mesi quando una sera le telefonò Lidia:
-Ti prego Raffa-le disse con una voce piena di angoscia-ascoltami,tutti abbiamo dovuto esaudire il desiderio di Momo di non dirti nulla per non farti soffrire.Ha rinunciato a farsi curare per non perdere neanche un giorno,neanche un’ora per stare vicino a te.Ma adesso basta,Momo sta molto male e non è giusto che tu non lo possa rivedere,vi amate ancora tanto!-E scoppiò in un pianto a dirotto.
Il giorno dopo Ludovico e Lidia l’accompagnarono nella clinica di Lugano dove Momo era stato ricoverato e lasciarono che Raffa entrasse da sola nella camera,un’infermiera si affrettò ad uscirne.
Momo era a letto,il volto una macchia più bianca del lenzuolo,come la vide sorrise debolmente e due lacrime gli solcarono le guance:
- Ciao amore!-le sussurrò debolmente,Raffa lo strinse d’impulso al petto come la cosa più preziosa che avesse,gli chiese come stava,le cure che faceva ed il desiderio di rivederlo presto a casa.
Per alleviare il tormento che l’affliggeva andò alla finestra per asciugare le lacrime e guardò fuori:
-Amore,da qui si vede anche il lago,-gli disse.Con un debole sussurro Momo rispose:
-Con te accanto ogni lago sarà sempre un incanto!-E chiuse gli occhi.Il bicchiere sul comodino era già stato svuotato.
16:45 Scritto da: peop | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: racconti, lago | OKNOtizie |
Facebook
19/09/2010
il cantastorie innamorato
IL CANTASTORIE INNAMORATO
Il cantastorie Gion,in un angolo del mercato,per richiamare l’attenzione della gente, qualche volta faceva un bel assolo con la fisarmonica e poi,a seconda dell’umore,o dei bianchini che aveva ingollato,iniziava a cantare “la storia che vi vengo a raccontare” oppure,soprattutto d’inverno,con una barzelletta pronunciata con la caratteristica cadenza veneta,”Me ciamo Gofredo”diceva” e son de Rovigo,un giorno sull’Himalaya,tra ghiaccio e neve,incontro lo yeti,l’abominevole uomo delle nevi,non so che fare e allora ghe disi piacere,Gofredo, e lù mi risponde anca mì e tanto!-“e giù una sventagliata con la fisarmonica.
Sul finire degli anni quaranta del secolo scorso,la gente si appassionava soprattutto alle storie della Cianciulli,la saponificatrice di Correggio,che,in tempi diversi,durante la seconda guerra mondiale, aveva fatto a pezzi di certo tre donne,di altre fu solo sospettata,messe a bollire in un pentolone con la soda caustica e preparato del sapone,della contessa Bellentani,definito all’epoca il delitto dell’ermellino,perché da una tasca della sua cappa d’ermellino aveva estratto una pistola ed ucciso l’amante nel lussuoso hotel Villa d’Este di Cernobbio e di Rina Fort,la belva di via San Gregorio,che in questa via di Milano,per vendetta,aveva massacrato la moglie ed i tre figli dell’amante nel loro appartamento.
Della Cianciulli il cantastorie decantava il sapone alla belladonna,della Bellentani attribuiva all’abbondanza dei danee tutti i vizi dei sciuri e della Fort si soffermava sull’orrore per quei poveri bambini innocenti trucidati.
Al termine dell’esibizione la Pasquina,sua nuova compagna, girava tra la gente,che si era fermata,per raccogliere le offerte e dare una copia della storia che avevano appena ascoltato,ciclostilata,come tutte le altre,dal messo comunale di un paese sopra Gera Lario che,per sua giovanile pulsione poetica,le aveva pure scritte.
Ne aveva preparata una anche sull’oro di Dongo,che Gion aveva iniziato a cantare a Domaso,il paese che sta proprio lì a due passi.
Aveva cominciato con Un bel dì in quel di Dongo/si son dorate pure le trote,che il brigadiere Salvatore Esposito,per caso lì di passaggio,lo interruppe e, presolo in disparte,ammiccando e strattonandolo,gli disse che su questa storia,da quelle parti,era meglio star muti come le trote,se non si voleva finir nel lago ammazzati al pari del capitano Neri e della Gianna,la sua compagna.
Saputolo se ne dispiacque il messo comunale,che ci aveva messo lo stesso impegno di quando aveva scritto nel 1936 “E nostra l’Abissinia,evviva evviva!”.
Perché lui non poteva assolutamente dimenticare che nella prima grande guerra era stato arruolato nell’11° reggimento bersaglieri e teneva custodita,come una reliquia,la foto di un gruppo di commilitoni,scattata nella caserma Leccis di Casarsa,in cui spiccava lo sguardo magnetico del caporale Benito Mussolini (e non era neppure in prima fila)!Dal che è facile arguire da che parte battesse il cuore del messo comunale.
Il cantastorie Gion,per l’anagrafe Giovanni Diotallevi,fino a poco tempo prima era stato un apprezzato fisarmonicista,aveva suonato anche nell’orchestra di Gorni Kramer,e poi,come solista virtuoso,aveva lavorato in diverse compagnie d’avanspet-
tacolo,anche in quella del famoso comico Fanfulla,si vantata.
Nell’ultima,malauguratamente. si era invaghito della soubrette Gloria Roger,maliar-
da dell’avanspettacolo,quello che veniva rappresentato nei locali sempre avvolti da una spessa cortina di fumo delle sigarette Alfa,le più a buon mercato in quegli anni, tra una proiezione e l’altra di un film di terza visione.
Se Gloria Roger fosse stata brava come artista quanto lo era come zoccola,sarebbe diventata una star di Holliwood.
Una sveltina rimediata nel camerino di lei durante le prove della rivista fecero perdere del tutto l’intelletto a Giovanni Diotallevi.
Cominciò con un regaluccio,un anello con brillantino che luccicava come un lumino dei morti,poi,erano passati solo un paio di giorni,singhiozzando Gloria gli aveva confidato i suoi problemi economici,causati dalla necessità di aiutare i vecchi genitori gravemente infermi,bisognosi di cure molto costose,”solo tu puoi aiutarmi,se veramente mi ami,in questo brutto momento”.
Quando giunsero a Lecco per alcune serate di recite al cinema-teatro Lariano,Giovanni non solo era stato allisciato di tutti i suoi risparmi come il sasso di un torrente di montagna,ma pure messo in disparte perché lei,Gloria Roger, non voleva assolutamente avere a che fare con un morto di fame. Per il dispiacere il musicista si era messo a bere come un cavallante.
Ci pensò Gigi Guerra,un toscanaccio dalla lingua sacrilega,ad aprigli gli occhi ed il baratro in cui sarebbe precipitato la sera dopo.
Costui era la spalla di Renzo Penzo,il comico della compagnia della quale era anche il capocomico.
Quella sera aveva ricevuto un cazziatone da questi perché non aveva saputo porgergli a dovere la battuta sulla quale si basava tutta la scenetta e voleva vendicarsi.
Presolo in disparte,gli fece senza tanti preamboli:
-Ma tu,oh gran grullo,non sai che Gloria Roger è da un sacco d’anni l’amante di Renzo Penzo?-
-No,ma lui è sposato con la cantante…-riuscì a farfugliare Giovanni.
-Questo gliene può fregà de meno!Ma tu non sai nemmeno che quel gran comico della mia minchia è pieno di debiti?-Lo incalzò il Guerra.
-Che c’entra questo con Gloria?-Provò a ribattere.
-C’entra,c’entra,la baldraccona è a caccia di gonzi da spennare per aiutare il suo ganzo, se non paga certi debiti son per lui cavoli amari!E tu sei stato l’ultimo spennato e spellato a dovere tanto da diventare pure lo zimbello della compagnia!-
-Ma erano soldi per aiutare i suoi genitori!-Fu l’ultima disperata giustificazione del musicista.
L’altro fece una sghignazzata:
-Ma se son da chissà quant’anni pasto dei vermi!-
Giovanni Diotallevi scappò via e più si sentiva tradito e raggirato più beveva,così,la sera dopo,addirittura la serata in onore del comico Renzo Penzo,annunciato da un roboante “Signori e signore, il virtuoso della fisarmonica Giovanni Diotallevi ora suonerà per voi un put-pourri di mazurche”,entrò in scena barcollando, riuscendo a malapena a sedersi sulla sedia posta nel bel mezzo del palcoscenico e salutare il pubblico invece che con un inchino con il classico singhiozzo dello sbronzo.
La gente che seguiva l’avanspettacolo aspettava solo il momento buono per far cagnara contro il primo malcapitato che aveva qualche esitazione a stare in scena e quanto adesso che si presentava ai loro occhi era un’occasione troppo ghiotta da lasciar perdere,così,come si erano subito accorti del comportamento fuori luogo del musicista, prestarono la massima attenzione a quel che succedeva e,quando nell’aprire la fisarmonica a ventaglio,Giovanni Diotallevi tanto brigò che, imbranato e stordito dal vino com’era,cadde come un salame dalla sedia,fecero scoppiare il finimondo.
Quelli delle prime file,tutti in piedi proruppero in urla,fischi,invettive,”ciuchetun” (ubriacone),era il termine più lusinghiero,subito fu calato il sipario e di lì a poco comparvero le ballerine,ancor più discinte e sculettanti del solito,per calmare gli animi che ben soddisfatti di quel fuori programma,le ripagarono con applausi e commenti salaci.
A Renzo Penzo,sobillato dalla sua amante,che non vedeva l’ora di liberarsi di quell’impiastro , ormai senza più un quattrino da levargli,diventato pure fastidioso peggio di una mosca cocchiera, non gli parve vero d’aver trovato il pretesto per sbatterlo fuori dalla compagnia con una sceneggiata da par suo,avvertendolo anche che Giovanni Diotallevi non avrebbe più lavorato nel mondo delle spettacolo perché lui,Renzo Penzo,nell’ambiente artistico,dove godeva della massima considerazione,parole sue,lo avrebbe tosto sputtanato descrivendolo come un ubriacone inaffidabile e quella serata ne era la prova inequivocabile.
All’indomani,con accanto la fisarmonica ed una valigia di cartone con dentro tutta la sua roba,Giovanni Diotallevi se ne stava seduto in un tavolo d’angolo,con davanti una tazza di squinzano, nell’osteria del vicolo Granai,frequentata sopratutto dagli ambulanti,il mercato si svolgeva il mercoledì ed sabato,lì a due passi, sulla piazza in riva al lago e dai facchini che brigavano per caricare e scaricare i comballi che su quella riva,chiamata anche porto di Lecco,attraccavano per la maggior parte proprio nei giorni di mercato.
Benchè inebetito dal vino,grattandosi l’ispida barbetta,ingrigita e mal curata,almanaccava sulle fosche prospettive che lo aspettavano.
Come si era ridotto non aveva la possibilità di trovare una scrittura e ritornare a Milano, poi ,come faceva,la padrona della pensioncina dove alloggiava lo aspettava per saldare i conti in sospeso,già gli aveva portato via le due fisarmoniche di riserva, e con le poche lire che gli erano rimaste si sarebbe trovato sbattuta la porta in faccia.Che fare,allora?
-Ho saputo che sei proprio nella palta fino al collo-gli disse,senza tanti preamboli, sedendosi di fronte un omone con sulle spalle un organetto,Giovanni Diotallevi scrollò la testa senza rispondere mentre quello ordinava un litro di barbacarlo con due tazze-le voci al mercato di Lecco corrono più veloci del tram-soggiunse.
Come la serva gli portò il vino,era una donna,passata la quarantina,con volto un po’ butterato e dalle forme sgraziate,prima le toccò il culo e poi riempì le due tazze spiegandogli:
-Si chiama Pasquina e arrotonda la paga con qualche marchetta nella sua camera al piano di sopra.Cento lire a botta.-Il Diotallevi lo guardò con sguardo inespressivo:
-Mi sa tanto che per te non è il momento giusto per questi argomenti!-Esclamò- e scommetto pure che stanotte non sai nemmeno dove andare!-Finalmente il musicista parve destarsi dal torpore e fece un cenno con la testa.
-Allora ho da farti una proposta-continuò l’omone-io sono conosciuto come il Pinettun,cantastorie che gira nei mercati dell’alto lago,Dongo,Domaso,Gravedona,Sorico e Gera Lario.Ma due volte al mese scendo fino a Lecco.La ragione?Semplice,Giuseppe Dell’Oro,il padrone che mi lascia alloggiare in una delle due cabine del suo comballo,la Regina del Lario,in cambio di notte gli curo la barca e la roba,due volte al mese, nei giorni di mercato,viene fin quaggiù per scaricare e caricare la mercanzia ed io rimango a bordo a fargli compagnia, bere un bicchiere o due ed alla mattina,noi si viaggia di notte,approfitto per andare a cantare le mie storie al mercato,tra una bancarella e l’altra.
Si guadagna da vivere, lavorando sì e no dieci giorni al mese al mese,però una scodella di trippa a mezzogiorno in un’osteria e alla sera un buffettone di pane e salame,vino a volontà,non mancano mai.E ci ho pure qualche buono postale da parte.-
Giovanni Diotallevi ora lo stava ascoltando con attenzione aspettando con qualche impazienza dove volesse andare a parare.
-Ho quasi ottant’anni-arrivò al dunque il Pinettun-tutte le giunture della mani e della braccia mi fanno un male cane e non riesco quasi più a suonare l’organetto e la voce è diventata quella di un tisico. Ho perciò bisogno di un socio.L’avevo fino all’anno scorso ma se ne andato tranquillo come un tre lire all’altro mondo. Tu faresti al caso mio,con la fisarmonica te la cavi alla grande,dal momento che non hai più nessuna possibilità di cavartela nel giro che conta,io te ne offro una,niente di speciale,solo di continuare a vivere in qualche modo e bere per dimenticare.Tu suoni,canti,sai cantare,vero,non è necessario essere un Beniamino Gigli,basta farsi intendere o magari declamare!Ed io vendo le storie e raccolgo le offerte.-
-Io ci starei ma…- Spiccicò Davide Diotallevi.
-La cabina ha già due brandine,ci stavo già con l’altro socio, ma tanto l’osteria sarà la nostra casa!Facciamo tutto a metà ed abbiamo una settimana per cominciare come si deve.-Rispose il Pinettun,ormai certo d’averlo convinto e quando salirono sul comballo erano bell’imbriachi tutti e due,(facevano tre con il padrone del comballo).
E così Giovanni Diotallevi,virtuoso della fisarmonica, divenne Gion il cantastorie.
Si adeguò presto a questo nuovo mestiere e per richiamare l’attenzione dei sempliciotti di quei paesi, oltre agli assolo con la fisarmonica e le barzellette, raccontate come le aveva sentite un sacco di volte dai comici dell’avanspettacolo,gli capitava anche di cantare la storia della contessa Bellentani alla maniera del famoso chansonnier Gino Franzi,con cui aveva lavorato una stagione in una compagnia di giro,in Balocchi e profumi .
L’amicizia fra i due si rinsaldò in lunghi silenzi,lunghe confessioni e lunghe bevute,finchè un bel giorno di novembre al mercato di Gravedona il Pinettun si lasciò giù e fu inutile la corsa al locale ospedale.Giovanni Diotallevi usò tutti i risparmi lasciati dall’amico per fargli una bella tomba in un paese della val di Sorico,quello anche del messo comunale, dove era nato.
La Pasquina era stufa marcia della schifosa vita che conduceva,non le bastava lavorare come una serva tutto il giorno,le toccava pure portarsi in camera gente che al minimo era lercia e puzzava di vino,così,visto che il Gion,ora rimasto solo,veniva spesso il mercoledì a mangiare un bel piatto di trippa,una parola tira l’altra,riuscì a portarselo prima nella camera sopra l’osteria e poi convincerlo a tenersela appresso per i mercati a raccogliere le offerte e naturalmente convivere con lui nella cabina del comballo.
Il lago era una macchia nera d’inchiostro,la luna piena rischiarava i cupi profili della Grigne ed il comballo,sospinto da una brezza leggera,lentamente si dirigeva verso Lecco.
Ancora mezzo intontito dalla bevuta della sera prima di partire,Gion allungò una mano per cercare la Pasquina,ma il suo posto era vuoto.Incuriosito si sollevò e gli parve sentire dei rumori,come quelli di un porco che grufola,provenire dalla cabina accanto.
Si alzò,fece due passi e da quel momento tutto si svolse veloce come in un sogno.
Vide il padrone della Regina del Lario che nell’altra cabina si ingroppava la sua donna,lui non lo sapeva,ma purtroppo era stata questa la condizione perche la Pasquina potesse restare a bordo del comballo,sentì la delusione e l’amarezza della sua vita trasformarsi in odio verso tutti e tutto,sfilò da una cavigliera uno dei cavicchi di legno massiccio,usati per fissare la drizza della vela quadra, e come un ossesso si avventò su tutti e due colpendoli ripetutamente alla testa finché,sfinito da tutto quel sangue,si lasciò scivolare lungo la chiglia del barcone.
Albeggiava quando alcuni pescatori d’anguille sulla riva dove sfocia il Gerenzone,uno dei tre torrenti che attraversano Lecco,udirono il suono di una fisarmonica provenire da un comballo,sta suonando il Bolero di Ravel disse uno di loro,e poi videro l’imbarcazione,ora trascinata da un vento molto teso che si era alzato all’improvviso e gonfiato la vela,cambiare improvvisamente rotta e dirigersi velocemente nella direzione opposta,verso il promontorio della rocca di Malgrate che sta proprio di fronte al porto di Lecco.
Istintivamente i pescatori si sbracciarono e gridarono senza poter far nulla se non assistere allo schianto del comballo contro la roccia,con un gran botto,vederlo spaccarsi come una noce ed inabissarsi in pochi attimi.
Un pescatore inforcò la bicicletta per correre trafelato dai carabinieri a riferire dell’accaduto.
Ecco uno stralcio dell’informativa che il comando trasmise alla Procura di Lecco:
-Dal poco fasciame recuperato da alcuni barcaioli risulta senza ombra di dubbio trattarsi del barcone,chiamato anche comballo”Regina del Lario”registrato… di proprietà di Giuseppe Dell’Oro fu Angelo,nato a Domaso il 17.07.1896 ed ivi residente in via…
-Dalle testimonianze dei pescatori presenti al naufragio,(seguono generalità),si evince che l’imbarcazione in quel momento era senza una guida ed è probabile pertanto arguire che il Giuseppe Dell’Oro, che avrebbe dovuto essere al timone, si fosse addormentato,forse anche per le abbondanti libagioni cui era avvezzo…
Il suono della fisarmonica udito dai testimoni è un fatto che non rientra in nessuna delle ipotesi del naufragio…
A bordo dell’imbarcazione,in cattivo stato secondo quanto raccolto dal comando della stazione dei carabinieri d Dongo,risulta si trovassero anche tale Giovanni Diotallevi fu Luigi,detto Gion il cantastorie,nato a… (Rovigo) il 12.06.1899 vagabondo senza fissa dimora e Pasqualina Rossi fu Mario,detta Pasquina,nata a Lecco il 18.02.1900 residente in Lecco vicolo Granai s.n. prostituta,che sulla stessa pare trovassero rifugio…
Secondo il parere degli esperti nel tratto dove è avvenuto il naufragio,il lago ha una profondità di un centinaio di metri ed il barcone,appesantito da un carico di billette di ferro dell’Acciaierie Falck di Dongo destinate alla Metallurgica Frigerio di Malavedo,rione di Lecco,(per tale motivo repentinamente inabissatosi,come deposto dai testimoni), è,con tutta probabilità, sprofondato in buona parte nella melma che ricopre i fondali rendendo pertanto impossibile il suo ricupero o quello delle vittime.-
-Requiescant in pacem-barbottò il cancelliere del tribunale archiviando questa pratica.
15:43 Scritto da: peop | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: racconti lago | OKNOtizie |
Facebook
06/06/2010
UNA VACANZA A LIMONTA
UNA VACANZA A LIMONTA
Mi fermai ad osservare il signor Guido,seduto sul bordo della darsena,posta a lato del terrazzo della villa prospiciente il lago,intento a pescare.Lui guardandomi da sotto in su mi chiese:
- Ti chiami Sandrino,vero?-
- Sì,-gli risposi educatamente.
- Diminutivo di Alessandro?- Feci un cenno affermativo con la testa.-Sai cosa rispose Diogene il cinico ad Alessandro Magno alla sua offerta di appagare ogni suo desiderio?-
-Alessandro Magno l’ho studiato poco a scuola e di Diogene il cinico so solo che viveva in una botte,- mi giustificai con qualche esitazione.
- Bravo,questo filosofo,che oggi definiremmo un po’ eccentrico,invece di chiedere chissà quale regale favore,si limitò ad invitarlo a spostarsi perché lì gli faceva ombra!-Compresa l’allusione,scusandomi accennai ad allontanarmi, ma il signor Guido, tutto soddisfatto per la citazione,mi invitò a sedergli accanto.
Quell’anno,dopo gli esami di terza media a Milano,i genitori mi avevano portato,per una breve vacanza,dai nonni materni a Limonta,un’incantevole frazione di Oliveto Lario.
I nonni,da quando si erano sposati,abitavano nella dependance di Villa Gardenia,oltre alla custodia lui si occupava della manutenzione del parco,mentre lei aveva le mansioni di guardarobiere e sovraintendeva alle pulizie effettuate da alcune donne del paese.
Il nonno era anche proprietario di un oliveto,che si tramandava da chissà quante generazioni,oltre l’abitato,sulla provinciale per Bellagio.
Le olive raccolte le portava ad un frantoio di Perledo,sull’altra sponda del lago,a bordo di una lucia.Fino a pochi anni prima andava e tornava remando,con una cadenza regolare,senza nemmeno affaticarsi,ora,superata da qualche anno la settantina,l’aveva dotata di un piccolo motore fuoribordo.
L’olio lo vendeva per buona parte ad un ristorante di Bellagio,celebrato dalle guide gastronomiche per il menù a base di pesce di lago e sopratutto per le alborelle fritte,(prelibate grazie all’olio di mio nonno,particolare questo però che non lo sapeva nessuno).
Il rimanente era destinato ad alcune famiglie che avevano le ville affacciate sul lago.
Il nonno mi aveva raccontato che mille anni prima la gente di Limonta era ancora serva dell’Abbazia di Sant’Ambrogio di Milano e tra gli altri gravami doveva prima trasportare quasi tutte le olive raccolte,trattenendo solo una piccola parte per le loro famiglie,ad un frantoio di Desio e quindi,l’olio ricavato,al convento milanese.
Ancor oggi accanto alla parrocchia del paese c’è,seppur in cattivo stato,la casa comitale dell’Abate di quell’ordine e,forse per rispettare una tradizione millenaria,ogni anno il nonno regalava una latta d’olio al parroco.
- Abboccano?- Osai chiedere per rompere il silenzio,il signor Guido fece con la testa un cenno di diniego,continuando a fissare il galleggiante striato di rosso.
Non mi diedi per vinto e gli dissi che mio nonno pescava una gran quantità di agoni nel periodo di fregola.
- Come no,-finalmente mi rispose- e secondo me tuo nonno incarna perfettamente l’uomo di questo lago.Coltiva le olive per ricavarne l’olio già conosciuto dai romani,pesca gli agoni da provetto pescatore,quindi li eviscera poi li sala e li mette ad essiccare,infine,con estrema cura,li sistema nelle missolte,che sono piccoli barili di legno, assieme alle foglie di alloro e subito dopo li pressa con un torchio di legno fino a trasformarli in prelibati missoltini.-Cambiò persino tono di voce per esclamare:
-Ah,che squisitezza abbrustoliti ed accompagnati con delle belle fette di polenta pure loro abbrustolite a puntino!-Mi diede un colpetto al gomito- Solo a parlarne mi viene l’acquolina in bocca!-
-Io voglio bene al nonno-gli confidai-con i miei genitori ogni tanto abbozzo,con lui mai!-
- Lo so che sei un bravo ragazzo e dimmi,hai già pensato cosa farai da grande?-mi chiese.
-Per adesso mi sono iscritto al liceo classico-
-Ottima scelta,solo l’uomo colto è libero sosteneva il filosofo Epitetto- mi interruppe il signor Guido.
-E poi mi piacerebbe diventare giornalista.-
-Magari sportivo?-
-No,no,il mio sogno sarebbe seguire le pagine culturali di un quotidiano.-Gli risposi.
-Però,hai le idee molto chiare!-Si complimentò il signor Guido che soggiunse,con fare cospiratorio-E allora magari scrivi anche qualche poesia,vero?-
Borbottai un sì.Alla sua richiesta di sentirne una,con un filo di voce lo accontentai, declamando quella che aveva buttato giù la sera prima:
-Se tra i rami di un pesco
contempli la luna
il tuo volto accarezzo
sul lago riflesso.-
Per felicitarsi quasi mi abbracciò e mi fece promettere che gliene avrei fatta una copia,poi, con un sorriso ammiccante,chiese:
-E c’è,vero,un’affascinante ispiratrice di questi suggestivi versi?-
Diventai rosso come una cresta delle Grigne al tramonto e confessai che si chiamava Carla Maria ed era una mia compagna di classe.
In quel mentre la nonna mi chiamò imperiosamente:
-Sandrino,è l’ora della merenda e non disturbare più di tanto il signor Guido!-Io subito mi alzai mentre lui con un gesto scacciò la pretesa che lo disturbassi anzi mi invitò ad andare a trovarlo l’indomani mattina nel suo laboratorio.
Lo aveva ricavato dalla scuderia posta in un angolo del parco che dava sulla provinciale ed era stata costruita per ricoverare i cavalli e la carrozza che,sul finire dell’ottocento,venivano impiegati per portare in villeggiatura i proprietari dal loro palazzo di Milano.
Il laboratorio serviva al signor Guido per scolpire il legno di olivo,da moltissimo tempo impiegato dagli artigiani del posto per tornire oggetti d’uso comune,come insalatiere,mortai e posate.
Quella mattina era occupato a lucidare un cavallo lungo poco meno del mio avambraccio di adolescente.
-E’ una cavallo veramente stupendo e certe venature del legno ricordano l’oro antico!-esclamai dopo averlo educatamente salutato.
-Grazie-mi rispose visibilmente compiaciuto-io scolpisco soltanto cavalli e questo, ad esempio,è la copia di Morel Favorito,dipinto da Giulio Romano nella Sala dei Cavalli in un palazzo di Mantova.Gli allevamenti dei Gonzaga erano famosi nel rinascimento e si dice che quelli inglesi,ritenuti per molto tempo i migliori del mondo,avessero avuto origine proprio da una coppia di stalloni regalati al Re d’Inghilterra da un duca mantovano.-
Il tempo trascorreva rapidamente con il signor Guido che mi spiegava,con dovizia di particolari,la tecnica migliore per lavorare il legno di olivo.
-La cosa più importante,-mi diceva-è conoscere ed assecondare l’indole del legno,vecchio di centinaia di anni,allora lo pieghi al tuo estro.-
A metà mattina la signora Eleonora,proprietaria della villa,ci portò un vassoio con dei biscotti fatti in casa,un tè per il suo compagno ed una cioccolata per me.
L’altera bellezza di questa signora mi intimidiva,malgrado avesse superato i sessant’anni,i suoi stupendi occhi azzurri sembravano due gocce del lago quando è mosso dal tivano.
Per nascondere le mani deformate dall’artrite portava sempre guanti di pizzo nero.
Questa infermità era stata la tragedia della sua vita perché l’aveva costretta ad interrompere una carriera di pianista coronata da grandi successi.
Piuttosto che dedicarsi all’insegnamento aveva preferito rifugiarsi in malinconica solitudine nella villa di famiglia a Limonta,ormai l’unica proprietà che le era rimasta.
Il signor Guido,suo coetaneo,era stato invece un affermato architetto d’interni a Torino ed aveva avuto in gioventù un’intensa relazione sentimentale con Eleonora,da lei troncata perché temeva interferisse troppo con la sua carriera artistica.
Dopo qualche anno dal suo ritiro a Limonta gli aveva scritto una lettera confessandogli le sue pene ed il rimpianto di aver privilegiato quella scelta che ora le cagionava soltanto dolore.
Guido venne immediatamente a Limonta per rivederla,e la passione, che dopo tanti anni forse pareva spenta, di nuovo li travolse,tanto che lui abbandonò famiglia e lavoro per starle da quel momento sempre vicino,facendole ritrovare anche la serenità.
Per sostenere economicamente questa nuova situazione l’architetto trasformò l’hobby giovanile della scultura in una nuova professione,i suoi cavalli,esposti in una galleria di Torino,erano ricercatissimi dall’alta borghesia cittadina che riteneva alla moda possederne almeno un esemplare sistemato in una libreria,”Ah,anche tu hai uno splendido cavallo dell’architetto Ferreri,a proposito non è quello che ha piantato in asso la moglie,contessina Angelica Dardi,per una famosa ex pianista?” Si dicevano ammiccando le signore e questo pettegolezzo era stato motivo di interminabili chiacchierate.
Un pomeriggio inoltrato uscimmo con la lucia per la pesca del luccio.
Il nonno regolava l’andatura facendo andare il motore fuoribordo al minimo,il signor Guido impugnava la dirlindana,un’assicella di legno durissimo lunga circa trenta centimetri sulla quale veniva avvolto il filo,lungo quasi un centinaio di metri,che terminava con delle diramazioni su cui erano annodati alcuni pesciolini di metallo argentato provvisti di ami molto acuminati.
Il movimento per questo tipo di pesca è essenziale,il signor Guido seduto sul bordo della barca doveva allungare il braccio per lasciare stendere in acqua tutto il filo e quindi lentamente ritirarne una parte e riavvolgerla sull’assicella e quindi via via nuovamente dipanarlo e riavvolgerlo per tutta la durata della pesca.
Quando dopo Bellagio attraversammo il lago dirigendoci versa l’Abbazia di Piona,il nonno aprì la borsa termica per distribuire dei tramezzini,preparati dalla nonna e le bibite,birra per loro ed una coca cola per me.
Sentivo dentro di me il piacere di stare su quella barca e la pace del lago.
Era il tramonto ed ancora non avevamo pescato nulla,il signor Guido mi stava indicando il fiume Fiumelatte, che in quel tratto si immette nel lago,spiegandomi che era uno dei più corti d’Italia,chiamato da Leonardo Fiumelaccio,quando il suo braccio teso con la dirlindana subì un violento strattone.
-Cribbio,l’ha preso!-Esclamò tutto infervorato il nonno e spense il motore-lasciamolo sfogarsi un po’,così si sfinisce-disse poi.
Fummo trascinati fino in mezzo al lago e nel frattempo,lentamente e con estrema cautela,il signor Guido riavvolgeva la dirlindana ripetendo tra sè:buono,buono.
-Attento-mi consigliò il nonno-quando lo tiriamo in barca non avvicinare una mano alla sua bocca,capace che ti stacca un dito con un morso.-
Ci volle ancora più di un’ora prima di averla vinta,ma ne era valsa la pena,era un magnifico esemplare di luccio di quasi cinque chili.
La sera dopo la nonna ce lo servì lessato con una squisita maionese e come dolce un altrettanto squisito zabaione,preparati con le uova delle sue galline ruspanti,per una cena con i signori Guido ed Eleonora ed il medico condotto in compagnia della moglie.
Per l’occasione il nonno sturò alcune bottiglie di domasino,un leggero bianco frizzante dell’alto lago,prodotto da un suo caro amico.
Io mi divertii moltissimo per le storie che il signor Guido ci raccontava,soprattutto quando intercalava il discorso con espressioni dialettali torinesi.
Alcuni giorni dopo i miei genitori vennero a prendermi per riportarmi a casa,abbracciai tutti con un certo magone,in particolare il nonno,non immaginando,certo,che di lì a qualche mese,in un inverno particolarmente rigido,una banale influenza ce lo portasse via.Allora la nonna preferì ritirarsi in una casa di riposo della Valbrona ed io non ebbi l’occasione,per moltissimi anni,di ritornare a Limonta.Dopo la morte di Eleonora e Guido la villa fu trasformata in un condominio di ostentata e pacchiana opulenza perdendo definitivamente la sua naturale e discreta signorilità.
I sogni,come le poesie,accarezzati da ragazzo svaniscono con il passare degli anni,infatti invece di diventare giornalista, oggi,dopo una laurea in economia e commercio,sono il direttore di una filiale di un istituto di credito a Cinisello Balsamo,sposato con una professoressa e padre di un figlio che,all’età in cui io sognavo la carta stampata,dopo avermi soppesato giorno dopo giorno,è arrivato alla conclusione che se un simile padre è diventato direttore di filiale,per lui ogni traguardo è possibile senza faticare troppo.E sotto sotto la madre ne conviene.
Certe uggiose giornate d’autunno,guardando fuori dalla finestra dell’ufficio,i cupi palazzoni dormitorio,il grigiore della vita mi attanaglia e cerco,ancor oggi,in tanti piccoli ricordi,come quelli della vacanza a Limonta,lezioni di vita su cui riflettere.
Rivedendo Guido ed Eleonora,in una splendida sera d’estate,seduti su un divanetto di vimini sulla terrazza di fronte al lago rischiarato dalla luna,assorti ad ascoltare,mano nella mano,la registrazione dei notturni di Chopin da lei eseguiti,tantissimi anni prima, all’Auditorium del Conservatorio di Milano,invidio la coraggiosa scelta di Guido di rinunciare ad una prestigiosa professione e persino alla famiglia per seguire solo le ragioni del cuore e trovare in quell’angolo di paradiso finalmente un’appagante felicità.
18:10 Scritto da: peop | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: racconti, lago | OKNOtizie |
Facebook
