11/11/2009

La Signora Bissaga

LA SIGNORA BISSAGA (SIGNORA DELLE VIPERE)

Quando le Grigne venivano sommerse da un mare di nubi nere,i vecchi  di Baiedo raccontavano d’aver udito,certe volte,ancora i lamenti delle anime dei maledetti confinati al Pass dello Zapel, ed i lampi sul monte Tremezzo illuminavano l’altra sponda del Lario,Margherita Rizzi,nel laboratorio della sua erboristeria,a due passi dall’antichissima chiesa di San Giorgio,preparava il suo infuso, di segretissima formulazione,dall’esoterico nome di “elisir della stria”,con decantate proprietà afrodisiache riservate alle donne,che tanto aveva successo nella Milano bene,cui faceva parte la famiglia di suo padre,che, persino quelle dirette a Saint Moritz, si fermavano apposta a Varenna per acquistarlo e molto spesso nemmeno lo trovavano perché veniva venduto esclusivamente su  prenotazione ed alle persone di sua conoscenza o da loro presentatele.

Margherita non raccontava mai come fosse venuta a conoscenza di questa misteriosa formula perché era una storia della famiglia di sua madre e tutto invece a Milano doveva riguardare solo quella paterna,una famiglia di notai da molte generazioni ed imparentata con  i preziosi lombi della nobiltà cittadina.

Non apparteneva certamente a questa cerchia la madre,infatti i  genitori di lei erano modesta gente di montagna, di Parlasco in Valsassina, pieni solo di tanta  voglia di lavorare per ricavare qualcosa dalla poca terra di loro proprietà e da una stalla con qualche mucca,lei invece era una giovane che lavorava in  un hotel di Varenna la cui insegna era il riconoscente omaggio alla regina Vittoria d’Inghilterra,che vi aveva soggiornato nella prima metà dell’ottocento.

Ambrogio Rizzi l’aveva conosciuta in occasione di un convegno che si era svolto  in quella cittadina, a Villa Monastero, e  rimasto così ammaliato dalla sua fascinosa bellezza che,contro il parere di tutto il parentado,avevano scelto per lui una scialba contessina, se la sposò.

Ambrogio Rizzi era stato incantato anche  da Varenna tanto che, in una controversa  eredità,seguita l’anno dopo le nozze,tra gli ingordi eredi di un conte, riuscì a metter pace tra loro acquistando una stupenda villa appartenuta al defunto,affacciata sul lago, e da allora questa era la meta preferita della famiglia per i fine settimana e le festività natalizie e qui,da quando aveva aperto l’erboristeria,vi abitava Margherita.

In poco tempo,dopo le nozze,sua madre seppe diventare una delle signore più in vista,e corteggiate,di Milano e dunque spiegabile il motivo che meno si parlava dei parenti di Parlasco, meglio era.

Tuttavia per Margherita le vacanze,finite le scuole,unica dei tre fratelli,trascorse da ragazzina in quell’angolo verde della Valsassina erano sempre state le sue preferite e quando ripartiva per recarsi per le mondane ferie d’agosto con tutta la famiglia a Forte dei Marmi,con le lacrime agli occhi abbracciava forte forte i nonni e per tutta la permanenza in quella rinomata località turistica,tra nobili e nobilastri,cumenda e politicanti,attorniata da una gioventù di fighetti, rimpiangeva i lunghi silenzi del nonno che,seduto su uno sgabello sull’uscio di casa, fumando un toscano contemplava un punto lontano dell’orizzonte,immerso in chissà quali pensieri o le escursioni con i cugini,l’emozione di osservare dalla capanna Brioschi,in cima al Grignone,nelle limpide mattinate,le guglie del duomo di Milano. Ma soprattutto era il ricordo della nonna,le lunghe passeggiate sui dolci declivi della Valsassina,la cura nella raccolta di erbe,radici e fiori che poi l’aiutava a sistemarli su un graticcio ad essiccare.

Le tisane della nonna erano famose in tutto il paese e difficilmente la gente si rivolgeva al medico condotto se prima non aveva bussato alla porta di nonna Santina per chiedere consigli su un malanno e portare a casa,una volta infallibilmente diagnosticato,come rimedio e cura,una manciata di erbe.

Era stata proprio lei,prima di chiudere gli occhi azzurri,del colore del lago che si scorgeva dall’alto di Parlasco,Margherita ne aveva ereditato lo splendore,che indi-  candole un cassetto del comò,le aveva fatto prendere uno strano quaderno con una spessa copertina nera incartapecorita tenuto insieme da una rilegatura di sottile spago,riposto sotto i veli neri che le donne una volta usavano per coprirsi il capo durante le funzioni religiose e libri delle preghiere.

Con flebile voce le aveva sussurrato che era stata prescelta per averne cura lei,giacché sua madre non aveva mai dimostrato  alcun interesse per i segreti delle erbe.

-Se una giorno ti capiteranno cose che non saprai spiegarti vai di corsa dall’Adalgisa e parla con lei- era riuscita ancora,seppur con grande fatica,ad aggiungere prima di entrare in agonia. L’Adalgisa era la sorella minore della nonna.

Margherita,che si era da poco laureata in storia dell’arte alla Statale di Milano con una tesi sugli affreschi romanici in Valsassina,con particolare riguardo a quelli raffiguranti demoni e streghe,tesi che era stata pubblicata integralmente,con bellissime fotografie,anche in questo campo era abilissima,in una monografia riguardante l’arte di questa valle,come ebbe consultato il quaderno,dopo un attimo di stupore e sgomento,sentì dentro di sé irrefrenabile l’impulso di dedicarsi all’erboristeria.

Il quaderno era composto da  alcuni fogli vecchissimi di difficile lettura ed altri, alcuni risalenti alla metà del secolo scorso con fogli a righe in uso nelle prime classi delle elementari.

Negli ultimi fogli Margherita leggendo le ricette per la preparazione di tisane,decotti ed infusi,con una gran varietà di erbe, contro  numerosi malanni,riconobbe l’incerta grafia della nonna,la cui saggezza suppliva di gran lunga all’istruzione.

Ma una pagina,certamente la più vecchia,di una carta che ricordava la pergamena,era vergata in modo per lei tanto difficile da non riuscire quasi a leggerla ed era questa la ragione che le aveva provocato quella sensazione di sgomento.

Per venirne a capo si era rivolta ad un monsignore,amico di famiglia,impegnato in studi e ricerche alla Biblioteca Ambrosiana di Milano.

-Chi ha scritto questa pagina,direi verso i primi del seicento,asserisce essere questa la copia di una del libro del comando,a quei tempi addirittura attribuito al demonio,- le tenne questa dotta disquisizione alcuni giorni dopo-e riporta la ricetta di un infuso riservato esclusivamente alla lussuria delle donne poco oneste,definizione a quel tempo riservata alle streghe, per i loro sabba. La formulazione di questo intruglio te l’ho riportata su questo foglietto,interessante il consiglio dato per la migliore riuscita,prepararlo quando la Grigna pelada,così si definiva la montagna tanto è brulla,ha messo il cappello,ovvero è coperta da grosse nubi e si scatenano i temporali.-

-Ma questa pagina allora dimostrerebbe l’esistenza di streghe soggette ad un demonio che addirittura scrive libri?-Domandò un poco turbata Margherita.

Il monsignore scosse la testa sorridendo:

-Ragazza mia,io appartengo alla scuola di padre Gemelli, il quale aveva messo in dubbio persino le mistiche stigmate di Padre Pio,figuriamoci se posso dar peso a queste credenze medioevali  che affondano le radici nel paganesimo.

Era un mondo dominato dalla fame,dalla superstizione e dall’ignoranza,per amor di Dio dimentichiamolo così come l’altra sua faccia repressiva, l’inquisizione con le cacce alle streghe,ai diavoli e gli immancabili roghi,altrimenti dovremmo fare ogni giorno penitenza,per aver offeso la santità del Signore e la dignità dell’uomo!-Così concluse la conversazione prima del commiato.

La notte stessa Margherita si sognò bambina in un bosco con  nonna Santina che tenendola per mano le indicava l’introvabile e miracoloso fiore della felce e le sussurrava:anche tu appartieni al magico mondo delle erbe.

Così aveva deciso di seguire quella che riteneva una premonizione e,dopo un approfondito corso in Provenza,aveva scelto di aprire un negozio d’erboristeria,grazie anche all’aiuto economico del padre,a Varenna località che preferiva a Milano,per la salubrità del posto,una villa a sua disposizione e forse anche per essere più vicina a Parlasco e portare fiori di campo sulla tromba di nonna Santina.

La madre non aveva nascosto la sua netta contrarietà,al punto che non aveva mai voluto entrare nel negozio della figlia.

Questo atteggiamento derivava dalla sua delusione  per la scelta di vita di Margherita, che aveva categoricamente escluso un matrimonio con un giovane nobile che le palle le aveva solo sullo stemma del casato,oppure disturbata dal fatto che quell’erboristeria atteneva  a qualcosa della sua famiglia a Parlasco che lei voleva deliberatamente dimenticare?

Negli ultimi tempi Margherita,accogliendo l’invito di un editore di Milano,per documentarsi sulla stesura di un libro sulle santelle della Valsassina,dedicava molte domeniche alla loro ricerca lungo i sentieri più battuti della valle, per una prima serie di fotografie.

In una di queste festività,particolarmente luminosa,dello scorso giugno,stava percorrendo un agevole sentiero che da Tartavalle Terme raggiunge i Pizzi di Parlasco, quando si trovò di fronte ad una santella dedicata alla Madonna del Rosario.

Stava estraendo dalla custodia la sua Nikon professionale quando si avvide,con grande sorpresa,che intorno ad un vasetto di vetro,con dentro un ciuffo di fiordalisi ormai appassiti,posato sul ripiano della santella,c’era avvinghiata una vipera che la fissava intensamente.

Vincendo la naturale ritrosia,tanto inconsueta era la visione che aveva davanti agli occhi che non pensò ad altro che  fotografarla e subito dopo lo scatto il rettile, con un guizzo,si dileguò.

Ancora scossa dell’accaduto volle controllare sul display se la foto era riuscita bene, ma ciò che vide la lasciò in preda ad una terribile ansia.

Per pochi secondi apparve,invece della vipera,davanti alla santella,una sfocata figura femminile,in  abiti da contadina di antica foggia,che incredibilmente le assomigliava tantissimo,il tempo di socchiudere gli occhi che lo schermo divenne nero.

Margherita si sedette su un grosso masso il volto tra le mani per riprendersi dallo stordimento.

Respirando profondamente, per vincere l’incontenibile  tremore, riprovò a rivedere la foto,ma sul display  non comparve nulla e del verificarsi di questa stranezza,tutte le altre in memoria non avevano subìto alcuna modificazione,non trovava una spiegazione tecnica.

D’un tratto si ricordò le parole di nonna Santina, poco prima di morire,che avrebbe dovuto rivolgersi alla prozia Adalgisa se si fosse verificato un fatto inspiegabile. Senza esitazioni,quasi  di corsa, raggiunse la cinquecento Abarth parcheggiata nel fondovalle ed in un baleno raggiunse Barzio,dove,in una casa di riposo,viveva la donna ormai quasi centenaria.

Su una sedia a rotelle,come assente ascoltò il concitato racconto di Margherita ed improvvisamente parve risvegliarsi:

-Oh Madòna del Signϋr!-esclamò continuando a parlare in dialetto valsassinese- è ritornata ancora la Signora Bissaga.L’hanno bruciata come strega nel 1589 a Milano ed era una nostra antenata,così ogni tanto s’incarna in una sua discendente.

L’ha evitata tua madre ed ora rivive in te,per questo hai quegli occhi così azzurri!Tua nonna l’ha neutralizzata con la preghiera.- L’Adalgisa si mise a recitare con voce ferma  il Padre Nostro ma giunta al “non c’indurre in tentazioni ma liberaci dal male”, di colpo si interruppe e reclinando il capo  si assopì. Una suora sopraggiunta in quel momento  consigliò a Margherita di andare pure via che tanto l’Adalgisa si era estraniata e non poteva più né sentire né parlare.

Dopo lo sbigottimento iniziale la razionalità di Margherita,avvalorate dal ricordo di quanto le aveva detto il monsignore a Milano,ebbe il sopravento attribuendo l’accaduto ad un inspiegabile malfunzionamento della macchina fotografica contemporaneo  ad una sua improvvisa e momentanea ottenebrazione,”chissà cosa ho visto veramente in quell’attimo”si disse e le parole dell’Adalgisa alla sua evidente demenza senile.

Erano passati solo pochi giorni e Margherita,rimasta sola nel negozio perché la commessa si era recata a Lecco per delle commissioni,stava consultando sul p.c. un sito relativo alle santelle della Val Camonica,quando entrò un uomo sulla quarantina,dall’aspetto davvero affascinante,questo fu la sua prima impressione che dopo il deferente saluto le chiese se fosse la dottoressa Margherita Rizzi.Alla risposta affermativa subito si presentò:

- Sono il professor Jacob Sprenger ed insegno storia dell’arte antica all’Università di Basilea- parlava un corretto italiano con una leggera inflessione franco tedesca - e giacché mi trovavo a Milano per ragioni di studio, sono venuto a Varenna sia per trascorrere alcuni giorni di riposo,infatti alloggio presso l’hotel qui vicino,e  parlare con lei del ciclo degli affreschi in Valsassina che così bene ha descritto nel suo libro.-

-Ma come ha fatto ad avere il mio indirizzo?- chiese guardinga Margherita.

Il professore la conquistò con un accattivante sorriso.

-Ero all’Università Statale in via Festa del Perdono e ne ho parlato con il suo docente professor Bianchi,con il quale lei aveva preparato la sua tesi di laurea,-rispose senza esitazioni- e gentilmente mi ha dato il numero di telefono della sua abitazione di Milano.Sua madre,signora veramente squisita, mi ha indirizzato qui pregandomi di salutarla.Il suo libro invece l’ho consultato numerose volte nella biblioteca della mia università perché stiamo facendo delle ricerche sugli affreschi raffiguranti i demoni che ornano molte chiese della Valsassina,della Valtellina e del loro influsso sui pochi che si trovano anche in alcune chiese svizzere. Le sarai quindi oltremodo grato se mi accompagnasse a visitarne qualcuno,magari anche tra quelli che ha escluso dalla sua pubblicazione.-

Rotto il ghiaccio,la conversazione si protrasse a lungo su questo argomento ed all’arrivo della commessa le lasciò l’incombenza di chiudere il negozio,per accettare l’aperitivo offertole da Jacob presso un bar sul lungolago.

Il pomeriggio del giorno seguente Margherita lo accompagnò a visitare alcuni affreschi in Valsassina e si soffermarono a lungo  nella chiesa di Santa Margherita nella frazione di Somandino di Casargo.

E’ la più antica chiesa romanica della valle costruita intorno all’anno mille e i due contemplarono,il professore scattò anche molte fotografie,gli affreschi,alcuni in cattivo stato di conservazione,ed in particolare quello che rappresenta la Vergine con il Bambino con alla sua destra Santa Margherita ed  alla sinistra San Giorgio.

Ma ciò che maggiormente attrasse l’attenzione del professore fu la grossa macchia rossa in mezzo al roveto dipinto ai piedi della Santa,che certamente copriva le sembianze di un diavolo che a Margherita parve intravedere le sembianze.

Quando ritornarono a Varenna Jacob la invitò a cena nella caratteristica Locanda dell’Isola Comacina.

Il tempo di farsi una doccia e cambiarsi d’abito per ritrovarsi al porticciolo, dove li aspettava un motoscafo che Jacob aveva prenotato rientrando in hotel.

Comodamente seduti a poppa poterono ammirare il lago che al tramonto sembrava immerso nella corolla di una rosa.

Poterono così appagare la vista contemplando nel loro splendore Villa Carlotta, Villa

del Balbianello,il barcaiolo si premurò indicare quella di proprietà di un attore americano,che però non reggeva il confronto con le altre,ed infine il campanile di Ossuccio,il gioiello del Lario,salutò il loro arrivo all’Isola Comacina.

Dopo un piacevole giro dell’isola,con visite alle rovine della Basilica di Sant’Eufrasia e dell’unica chiesa  di San Giovanni scampata alle distruzioni del 1169,si recarono alla Locanda per una cena molto suggestiva.

Margherita si lasciò ammaliare dall’incanto del luogo e dal folcloristico rito celebrato alla fine della cena che,per scagionare la scomunica del vescovo di Como  Vidulfo  nel 1175 imposta all’isola che comprendeva, tra l’altro,” nessuno vi farà mai più l’oste”,veniva,al suono di una campana,bruciato in un pentolone del brandy e aggiunto zucchero e caffè e  servito mentre il titolare ne raccontava  la storia.

Era stato così tutto coinvolgente  che  al ritorno su motoscafo Margherita si abbandonò nelle braccia di Jacob e poi corsero nella sua villa per trascorrervi una notte d’intensa passione,con vette di parossistico piacere,forse anche esaltato,per Margherita,da alcune gocce del suo elisir, mescolate in due dita di whisky Glenmorange con ghiaccio.

Jacob si assentò alcuni giorni per recarsi in Valtellina a visitare alcune chiese e si dettero appuntamento per il pomeriggio del 24 giugno,nella notte festeggiavano le streghe,commentò lui malizioso,per una gita ad Ortanella,una frazione di Esino Lario,nella località Gisöl di Pianche,dove si trovava una interessantissima santella.

Quando vi giunsero,teneramente abbracciati,dopo averla ben rimirata, Margherita propose ad Jacob di fotografarlo,come bellissimo ricordo del loro incontro,proprio davanti a questa santella.Jacob acconsentì con un sorriso che quasi sembrò un ghigno.

Quando sul display della Nikon la giovane controllò la riuscita dello scatto,un grido le si strozzò in gola:-oh mamma mia!-

La giornalista di un quotidiano di Lecco incaricata di preparare un articolo sulla inspiegabile scomparsa di Margherita Rizzi e Jacob Sprenger raccolse questi appunti:

 -Il giorno dopo,25 giugno,la signora Angela Rizzi,avvertita dalla commessa del negozio, dell’assenza della figlia,constatato che non si trovava nella villa e tutto era in perfetto ordine e non rispondeva al telefonino,verso mezzogiorno presentò ai carabinieri di Bellano regolare denuncia di scomparsa. Mezz’ora più tardi arrivò a questa stazione una telefonata dal comando generale dei carabinieri invitandoli a darsi da fare per risolvere subito il caso. (Riguardava la figlia di un caro amico).

-La stessa mattina una coppia di pensionati, che soggiornava alla Montanina,un albergo del luogo,portò negli uffici comunali di Esino Lario una elegante sacca di pelle marca Bridge contenente tra l’altro un telefonino,un portafoglio con molti soldi,carte di credito e documenti di Margherita Rizzi ed una macchina fotografica Nikon,rinvenuti abbandonati ai piedi di una siepe a fianco del sentiero che costeggia lo spiazzo della santella di Ortanella.

-Verso mezzogiorno il messo comunale di Esino Lario trovò in un parcheggio la cinquecento Abarth,di proprietà della giovane,regolarmente chiusa.Un particolare inquietante,la polizia scientifica,subito accorsa,dopo un primo sommario esame non trovò nella vettura alcun elemento di riscontro,”come non fosse stata mai usata e nessuno fosse mai salito a bordo”sottolinearono.

-La sua più cara amica,associata in uno studio di commercialisti di Como, al telefono riferì le confidenze di Margherita Rizzi,quelle di aver conosciuto Jacob,un professore dell’università di Basilea,della meravigliosa cena all’isola Comacina,della notte d’amore indimenticabile e della prossima gita ad Ortanella,”pensa un po’,quasi quasi mi sto innamorando”,le aveva anche detto tutta felice,come mai l’aveva sentita prima.

-Il barcaiolo del motoscafo disse ai carabinieri di aver accompagnato la coppia alla Locanda dell’isola Comacina,di averli riportati a Varenna,lui distinto e molto signore,soggiornava all’hotel Vittoria ed aveva aggiunto cento euro di mancia alla tariffa della corsa,lei una bellissima donna,un particolare,al ritorno tanto era l’intimità tra  loro che ci mancava poco che si ciulassero sulla mia barca,le testuali parole del barcaiolo riportate nel verbale.

-La direzione  confermò il soggiorno nell’hotel di Jacob Sprenger per alcuni giorni,mostrò il registro delle presenze,con annotati i dati del suo passaporto ed il pagamento,stranamente avvenuto in contanti,quando abitualmente veniva usata una carta di credito. Poiché la stanza non era stata occupata dopo la sua partenza da altri clienti,la polizia scientifica,alla ricerca di qualche elemento di indagine,sottolineò,anche in questo caso, averla trovata,”pulita perfettamente,nemmeno un granello di polvere, come non fosse mai stata occupata”.

-Il comando provinciale dei carabinieri di Lecco,richieste informazioni alla gendarmeria di Basilea sul professor Jacob Sprenger dell’università di questa città,dando anche indicazioni del suo passaporto,ebbe la sorpresa di ricevere,a stretto giro di e-mail,la conferma che non esisteva alcun professore e neppure un abitante  di Basilea con questa identità e risultava loro,dai  dati trasmessi,che il passaporto fosse falso.

-Il soccorso alpino di Lecco,coadiuvato dalla protezione civile con un gruppo carabinieri perlustrò  per giorni tutti i boschi,le vallate,gli anfratti nella zona di Ortanella, fino alle pendici del Grignone,senza ottenere alcuna risultato,”non  sono state trovate impronte di persone intorno al rinvenimento della borsa e della macchina fotografica ma solo orme di un caprone accanto alla santella”,annotò un appuntato dell’arma,un sardo che da piccolo aveva aiutato il padre-padrone,pastore in Barbagia.

La giornalista raccolse inoltre la confidenza della commessa dell’erboristeria,non riferita agli investigatore,che Margherita Rizzi,quando preparava l’elisir della stria in certe giornate speciali e venduto solo a persone conosciute e provenienti da fuori,non voleva vedere nessuno ed aveva uno sguardo strano che la spaventava e persino la voce era alterata. Aveva annotato le erba usate da Margherita Rizzi per la preparazione dell’elisir e contenute in magnifici vasi di maiolica. Si trattava di erba tirella,di belladonna e d’erba malam.

Alcuni indizi insospettirono la giornalista,chi aveva usato il nome falso di Jacob Sprenger sembrava volesse dargli un preciso significato,infatti era quello di uno svizzero, domenicano,feroce inquisitore,che aveva partecipato al concilio di Basilea nel 1431,grande nemico del demonio e spietato nella caccia alle streghe e pubblicato pure un ponderoso volume,molto consultato a quei tempi da tutti gli inquisitori,sul come smascherarle anche con varie e ben congegnate torture.

Jacob Sprenger l’avevano visto molte persone ma di lui non era rimasta alcuna traccia.

Persino la Nikon di Margherita Rizzi,erano stati insieme un pomeriggio,stranamente non aveva in memoria alcuna fotografia ed il display appariva inspiegabilmente nero.Un tecnico,interpellato dalla giornalista,aveva escluso un possibile guasto e non aveva saputo dare una spiegazione,”l’elettronica talvolta combina stranezze”,era stato il suo commento.

Le proprietà afrodisiache delle erbe annotate dalla commessa erano note nell’antichità a certe donne della Valsassina accusate di stregoneria e Margherita Rizzi era originaria da quelle parti.

Nella zona di Ortanella non si trovavano al pascolo bestie di alcun genere e nemmeno esistevano stalle,perché allora quelle impronte caprine?

Quando lesse il pezzo con le sue conclusioni,il direttore del giornale fece un balzo sulla poltrona,gridando fuori si sè:

-Porco mondo,Paola,va bene che hai scritto un libro sui diavoli e streghe in Valsassina,ma voler refilare ai nostri lettori una simile storia sulla scomparsa di quei due è troppo,un demonio ed una strega che spariscono negli inferi,porco mondo è troppo,se pubblico questa fanfaluca l’editore ci sbatte fuori dal giornale a calci in culo!Siamo nel duemila cribbio,voglio fatti concreti,solo fatti concreti,voglio!- Ed incazzatissimo glielo cestinò.

Ma l’unico fatto concreto accertato è stato quello che da quel giorno di Margherita Rizzi ed Jacob Sprenger non si hanno avute mai più notizie.

 

 

 

 

 

 

 

 

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16/09/2009

va via batell!

VA VIA BATELL!

Dopo due sbuffi di fumo nero sputacchiati dalla ciminiera, accompagnati da un potente colpo di sirena,lentamente le due pali grondanti acqua si misero a girare finché il battello Italia si staccò dall’imbarcadero e cominciò il  viaggio da Lecco diretto a Bellagio con i bagnanti del lido di Pradello  che lo salutavano  festosi,quasi  fosse un piroscafo salpato per terre assai luntane.

Il tramonto imbellettava le creste del Resegone, purpuree come le guance di una  bambola biscuit,sul battello chi viaggiava per la prima volta era seduto a prua per ammirare il panorama,sentirsi avvolto dalla brezza e respirare il magico profumo del lago,che in quella stagione ed a quell’ora del giorno,ricordava quello di un bosco fradicio di pioggia,chi invece lo usava più frequentemente era seduto su lucide panche di legno poste tutt’intorno ai bordi  della poppa.

Con i gomiti appoggiati al mancorrente di lucido ottone,infisso sulla bianca parete esterna della sala passeggeri, che occupava il centro del battello e delimitava a poppa le panchine,un signore dal ventre prominente,a stento trattenuto da un panciotto della stessa tinta dell’abito di lino noisette,con un volto simpaticissimo e pacioso,reso irresistibile da una magiostrina tirata indietro alla Chevalier,il tocco trasgressivo lo dava il colorato fazzolettone da contadino annodato al collo,si guardava sornione intorno perché da quella posizione dominava tutta la poppa.

Gli stava a fianco un signore che,alla moda dei gagà dell’epoca,era in maniche di camicia,naturalmente  di seta,con buttato sulle spalle un leggero pullover di cachemire azzurro. Erano invece sedute le due belle signore che li accompagnavano,portavano alti sandali di sughero,ampie gonne a vivaci colori e candide camicette plissettate con i bottoni slacciati al posto giusto.

Quanti l’avevano visto arrivare avevano ammiccato e mormorato in dialetto:

-E’ arrivato il Barcella,ci sarà da divertirsi!-

Antonio Barcella era un milanesone poliedrico,pittore,poeta dialettale.attore ed autore di teatro,esclusivamente in meneghino,che,terminate le recite al teatro Excelsior di Milano,passava parte dell’estate a Limonta,in un ottocentesco villone ospite,con la sua compagna di vita e d’arte,di un suo caro amico,proprietario di  negozi di abbigliamento sparsi in tutta la Lombardia.

Dopo lo scalo in Mandello Lario,visto che sottecchi tutti lo osservavano,bastò un tocco da dietro alla magiostrina perché si ammutolirono in attesa di una sua divertente improvvisazione.

Da esperto uomo di spettacolo creò l’atmosfera giusta con il raccontare la barzelletta del solito italiano che si fa beffe di un americano e di un inglese. Erano passati pochi anni dalla fine della guerra,gli scheletri delle case distrutte dai bombardamenti ancora rendevano Milano all’imbrunire spettrale,la gente era uscita da infinite privazioni in una nazione umiliata da tutti,eppure rimaneva,in mezzo a  miseria e distruzione,tanta voglia di divertirsi forse per dimenticare  e consolava anche  questa  arlecchinesca convinzione,ritenere che,in fondo, gli italiani erano ancora i più furbi ed in gamba di tutti!

Dopo un paio di barzellette l’amico gli chiese:

-A proposito,come sta la signora Giulia?-

Il Barcella si ringalluzzì ancor di più ed iniziò a declamare,in canterellante dialetto milanese, una sua spassosa poesia dal titolo ”I galuni de la sciura Giulia” che in rima risultavano essere più appetitosi di quelli di una gainèta,bianchi e sodi come gli oeuff in ciapp (1),argomento allora stuzzicante perché piacevano sì le donne formose ma sopratutto il cibo che,dopo la gran fame patita durante la guerra,godeva della massima considerazione.

Per ascoltarlo si erano accalcati  anche i passeggeri che sedevano a prua e persino  il comandante del battello,la cabina di comando si stagliava sopra la sala passeggeri,si era tutto sporto per sentirlo meglio. Erano pure amici, perché certi sabati li trascorrevano, con altra gente del posto, giocando a bocce all’osteria del Pepp in quel di Limonta, ed il massimo divertimento per loro  era vedere il Barcella,incazzato da matti,che  doveva  pagare un litro di vino ed una gazzosa per aver perso una partita,: “L’è minga per i danee ma perché minga soo una s’cèpa a giűgà a bocc e a perd inscì me giren i ball!”gridava accalorato (2).

La fine della poesia fu salutata da calorosi applausi che il Barcella molto gradì.

Il battello attraccò a Limonta e diversi passeggeri si apprestarono a scendere,creando il consueto assembramento, causato dal procedere in fila indiana molto lento lungo la passerella,gettata per collegarlo al pontile, per il leggero beccheggio impresso dalle pale al momento di fermarsi.

Ultimi furono l’amico,le due signore ed il Barcella.

Di questa circostanza approfittò l’artista,con la delicatezza con cui si accarezza una pesca matura,per allisciare,con una mano, la gonna della compagna che gli era davanti,nella zona dove i suoi i suoi prominenti glutei formavano le più invitanti rotondità.

Il comandante,che dall’alto della cabina sovraintendeva tutte le operazioni di sbarco ed imbarco,avendo notato questa elegante toccatina e fuga,non appena il Barcella aveva messo piede sul pontile gli diede voce:

– Ehi,maester,tegn giò i mann dal nichel!(3)-

Il Barcella aspettò di raggiungere il lungolago per mettersi una mano all’orecchio, a mo di cornetto acustico, per chiedergli ad alta voce:

- Minga hoo sentuu ben,batelatt…(4)-

Strizzando un occhio,rivolto a chi si era fermato per gustarsi  l’improvvisata scenetta,il comandante,ringalluzzito,gli ripeté,sempre in dialetto,l’invito a non toccare il nichel e per rimarcarlo diede anche un colpo di sirena.

Prima il Barcella sussurrò qualcosa alla sua compagna, poi domandò,sempre a gran voce,rivolto al comandante:

-Sapresti dirmi cosa sosteneva la Ninetta del Verzee ,nella poesia del grande,eccelso poeta milanese Carlo Porta?-

-A dir la verità,no-ribattè pronto il comandante sempre in dialetto-ma mi piacerebbe proprio saperlo!.

Allora il Barcella,da vero commediante qual’era, con un gesto invitò la signora a rispondere.

Il cambiamento della donna,provetta attrice,fu straordinario. Le bastò mettere le mani sui fianchi,aprire leggermente le gambe,fare un certo sguardo per assumere gli atteggiamenti di una pelanda (5),qual’era stata la Ninetta.

-El cuu l’è mè,vuj fann quel che vuj mè!(6)- declamò con un tale timbro di voce che l’avranno sentita persino sui tornanti che portano alla Madonna del Ghisallo.

Il Barcella si tolse la magiostrina ed inchinandosi le baciò la mano,il comandante,ridendo,non poté applaudire perché impegnato in una manovra con il timone,ma dimostrò il suo apprezzamento con un lungo fischio  di sirena ed il Barcella,tra le risate,risatine e mezzi sorrisi sconcertati dei presenti,volle avere l’ultima parola gridando,con l’intima soddisfazione  provocatagli  dall’inconsueta esibizione,sollevandosi sulle punte dei piedi come in un balletto ed agitando gioiosamente la magiostrina:

-E adess,va via batell!

 

(1) Le cosce della signora Giulia erano più appetitose di quelle di una gallinella e bianche e sode come le uova sode.

(2) Non è per i soldi ma perché non sono una schiappa a giocare a bocce ed  a perdere così mi girano le palle!

(3) Maestro,tieni giù le mani dal nichel Tener giù le mani dal nichel era un modo di dire diffuso in quell’epoca nel lecchese ed in origine si riferiva all’avvertimento di non toccare,per appropriarsene, questo metallo,il più costoso in uso nelle numerose industrie della  zona ed  in seguito ha assunto il significato di non toccare una cosa che non è propria.

(4) Non ho sentito bene,battelliere...

(5) Prostituta.

(6) Il culo è mio e voglio farne quello che voglio!La Ninetta del Verzee,(mercato della verdura di Milano),è una poesia scritta nel 1814 da Carlo Porta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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21/08/2009

STANOTTE PORTAMI IN PARADISO!

Le cene del venerdì,da sempre,alla pensione di Giuditta Spreafico consistevano in un minestrone di riso col prezzemolo,una fetta di quartirolo della Valsassina,per il contorno gli ospiti si passavano un’insalatiera,nella quale non mancavano mai i cetrioli,perfino sottaceto,una meluzza e due michette.
Sulla tavola,condivisa da tutti i commensali, le dimensioni delle due caraffe con un vino spesso di Manduria invitavano a non eccedere in libagioni oltre la tazza.
La pensione della signora Giuditta,all’ultimo piano di un caseggiato vicino alla chiesa di Santa Marta,nel centro storico di Lecco,sette camere,un servizio comune sul ballatoio,di notte per il buio si usava il pitale,di solito lasciato sotto il letto,aveva il grande pregio di costare poco ed aveva alcuni clienti fissi,un maestro elementare,il fattorino di una piccola banca locale ed il vice capo ufficio del casello daziario del ponte Azzone Visconti,che in quel momento stava conversando con il nuovo ospite,un giovanotto con i baffetti che sembravan pittati con il carboncino ed un’aria di figurino di città,giacchè veniva addirittura da Milano e si dava l‘aria di artista dal momento che lavorava nel cinema.
-Oggi abbiamo girato le scene degli avari e dei prodighi che dovevano trascinare su e giù per la riva pesanti macigni,ma,per dire il vero,erano sacchi di juta pieni di fieno pressato-gli stava raccontando,mentre la Maria,figlia della padrona,serviva loro la minestra ed ascoltava rapita le parole del giovane, uno degli aiuti del direttore tecnico Emilio Roncarolo,a quel tempo, siamo nell’estate del 1909,il termine regista era sconosciuto,che stava dirigendo e girando il primo lungometraggio italiano,l‘Inferno,dal cantico della Divina Commedia, prodotto dalla Milano Film,in località Melgone,dal nome di un torrente che scende dalle ripide pareti del monte Moregallo,sulla sponda del lago nel tratto che da Lecco porta a Bellagio.
La troupe alloggiava a Lecco,le persone più importanti al Belle Vue,l’albergo più lussuoso della città sul lungolago,altri nelle locande ed il giovane,alle prime armi con magri guadagni ma tanta voglia di sfondare nel cinema,nella più economica pensione della signora Giuditta.
Tutte le mattine un gruppo di barcaioli,ancora non era stata costruita la provinciale che collega Lecco a Bellagio,con le loro barche traghettava quanti interessati alle riprese da un pontile nei pressi dell‘imbarcadero a quella caratteristica riva dove si trovava anche una rustica costruzione a forma di torre quadrangolare,forse a suo tempo adibita a fornace per la calce,che era stata pure inquadrata sul sottofondo di una delle scene della palude Stige.
-I prossimi giorni si presentano impegnativi perchè dobbiamo girare le scene di Malebolge nientemeno che sulla Grigna-continuava a tenere banco il giovane che si chiamava Roberto Marchi,ora la Maria si attardava a servire il secondo per non perdere una parola di quel discorso-a Ballabio arriviamo con le carrozze, poi, con i muli caricati delle attrezzature,proseguiamo per Piani Resinelli e poi su fino al canalone Porta. I due attori principali,che interpretano Virgilio e Dante,sono stati scelti proprio perchè provetti alpinisti.- Roberto preferì sorvolare sul fatto che anche lui era stato assunto perchè non aveva ancora perduto il buon passo del montanaro, essendo nato e cresciuto nell’alta Val Pellice e di scarpinate su e giù per le montagne da ragazzo tante ne aveva fatte per aiutare i suoi,finchè un bel giorno era fuggito a Milano per sfondare nel mondo dello spettacolo. Chi l’avrebbe detto vedendolo così tutto azzimato che persino l’affettata pronuncia alla francese era il patuà di quella valle?
Per servirgli il secondo la Maria gli si era tanto accostata che un ginocchio di Roberto cominciò a strofinarle una coscia,per lasciarlo fare ancora un attimo di più gli chiese,quasi balbettando, se con il quartirolo desiderasse anche una patata lessa.
-So ben io quel che desidero!-rispose con un sospiro imitando il grande Ermete Zacconi che aveva ammirato recitare mentre era impegnato alle luci del teatro Olimpia a Milano;così aveva iniziato a lavorare nel mondo dello spettacolo ed avendo nel frattempo imparato a maneggiar bene la macchina da presa,dopo qualche lavoretto nelle comiche era riuscito a farsi scritturare per questo film,ritenuto,già allora,una pietra miliare nella storia del cinema.
Maria avvampò tanto quanto la sua capigliatura raccolta in una grossa treccia e rischiò di tombolare per rientrare frettolosamente in cucina.La madre,cui niente sfuggiva, l’avvertì a voce alta,sperando sentisse anche lui,di non far la scema con quel damerino senza arte nè parte.Il sogno segreto di Giuditta Spreafico era che la figlia,davvero non brutta e con quegli occhi verdi che le davano l’aria di una che a letto non si sarebbe limitata ad un’ave maria,si sposasse con un albergatore del centro lago, evitando accuratamente tipi come suo padre,di belle parole e tanta vena artistica,aveva suonato il bombardino nella banda Manzoni, e pochi fatti,che un bel giorno aveva pensato bene di piantare baracca e burattini ed emigrare in Argentina,lasciandola con una figlia da crescere ed una scalcinata pensione da tirare avanti.Ed il signorino Roberto Marchi,magari più di mondo,rispetto al marito,di più bella presenza,sotto sotto però,era anche lui della razza dei lingera,per usare un termine dialettale lombardo,ovvero uno che,con tante chiacchiere moine e promesse, te lo metteva in quel posto ,sia in affari che in amore,e poi chi s‘è visto s‘è visto.
All’indomani il tempo volgeva al brutto,un forte ventone scendeva dal Pian di Spagna ed i barcaioli non si erano fidati,per l’incolumità dei passeggeri,affrontare il lago con quelle onde piuttosto alte.Loro sapevano bene che in quelle condizioni il lago è un perfido traditore.
Questa inattesa pausa permise a Roberto di bighellonare per il mercato che si svolgeva nella piazza principale,con il preciso scopo sopratutto di incontrare la ragazza che, ne era certo,sarebbe venuta a far la spesa.
Infatti la incrociò,dimessa con un grembiulone nero che l’avvolgeva dalla vita fino alle caviglie,una bracciata di coste da una parte ed un’enorme sporta,da cui spuntava un pacco di spaghetti avvolto nella caratteristica carta blu, dall’altra.
Era l’occasione attesa da Roberto Marchi per rendersi irresistibile.
Si scappellò inchinandosi e con un: “permette signorina Maria” affascinante la erre alla francese,s’impossessò della sporta per sollevarla dalla pesante incombenza.
La ragazza dovette vincere una leggera ma inebriante vertigine.Risalendo il vicolo dei Granai verso la pensione,dopo una breve conversazione di circostanza Roberto,fissandola intensamente negli occhi,si dichiarò:
-Maria,sono pazzamente invaghito di lei ed ogni notte sogno come sarebbe bello e romantico se noi due,teneramente abbracciati, una sera potessimo contemplare il lago ed il Resegone illuminati dal chiarore della luna piena!- le disse con lo slancio di un innamorato.Lei rispose esitante:
-Sarebbe bello sì, ma figurarsi se mia madre mi lascia uscire dopo il tramonto ma,se è per questo neanche prima!-
Roberto aveva ben almanaccato su questo invito dopo che,alcuni giorni prima,il fattorino di banca,che aveva aiutato la signora Giuditta a portare sullo spazzacà,il termine dialettale lombardo di solaio, ne indica bene le sue funzioni,raccogliere tutto quello che non serve e non buttar via nulla, un baule pieno di paccottiglia,per giunta in cattivo stato,gli aveva parlato di un lucernario dal quale si godeva questa meravigliosa vista e prima di cena, quatto quatto era salito di un piano, per verificare se innanzitutto la porta fosse aperta,il lucernario accessibile da consentire un incontro con la ragaz- za e,trovato tutto secondo le sue aspettative, aveva pronta la proposta che finse esitante:
-A dire il vero ho saputo che su nel solaio c’è un lucernario che ci permetterebbe di vedere queste meraviglie.-
Forse anche la ragazza ci aveva rimuginato sopra mentre rimestava la polenta,sopratutto per non sentire il continuo borbottare della madre,tanto che subito ammise a mezza voce:
-Ben lo so,ed io senza esser vista da nessuno potrei salire dalla scala che c’è nello sgabuzzino dietro la cucina,vicino a dove dormo.-
-Appena vien notte io ci sarò !Ti aspetto con ansia e trepidazione!-esclamò con fare esageratamente melodrammatico Roberto.
-Ma...forse...vedrò...-gli rispose con un’alzata di spalle ma in cuor suo la Maria aveva già deciso,cascasse il mondo,lo avrebbe raggiunto;erano così arrivati nei pressi della pensione e quindi preferirono cambiar discorso e commentare il tempo con un certo impacciato distacco,passando davanti a Santa Marta la ragazza si fece il segno della croce.
A quei tempi la gente abitualmente andava presto a dormire e Roberto,come si avvide che la pensione era immersa nel silenzio,si rassettò i capelli riccioluti,sistemò i baffetti,si mise due gocce di colonia 4711,boccetta furtivamente prelevata dal camerino del celebre attore Oreste Calabresi,la sera della sua ultima recita al teatro Olimpia, si contemplò ancora una volta davanti al piccolo specchio un pò sbrecciato,sopra il lavamano,complimen-dosi tra sè per la sua prestanza, ed in punta di piedi raggiunse il solaio.
In quasi tutte le famiglie allora era invalso l’uso di recitare due o tre rosari prima di andare a letto e la signora Giuditta con la figlia non tralasciava mai questa devozione.Terminate le preghiere la madre si coricava mentre la Maria le preparava una camomilla con due gocce di laudano,che serviva come calmante per i tanti mali,veri o presunti, di cui la donna soffriva.Quelle sera,con un pò di apprensione,la ragazza triplicò la dose per aumentarne anche l’effetto soporifero.
Roberto si era premunito di una candela,ora accesa sopra una cassapanca sgangherata e finalmente poco dopo potè ammirare la giovane che gli comparve davanti con indosso una bianca camicia da notte di mussolina leggermente lisa.
Affacciati al lucernario Maria gli mostrò i denti del Resegone ed i corni dei monti di Canzo e del monte Barro,irraggiati dalla luna, dando modo a Roberto di fingersi impaurito ed esclamare:
-Allora siamo nella bocca di un drago!-e di approfittare del momento per stringere a sè la ragazza.Baciarla appassionatamente,stenderla su un vecchio materasso sfondato di foglie secche di granoturco,farla sua tra sospiri,lamenti ed un sussurro:
-Maria,questo è il nostro paradiso- fu un tutt’uno.
Roberto si alzava di buon’ora per raggiungere la troupe in riva al lago e solo nel tardo pomeriggio tornava alla pensione per pranzare.Per alcune sere si scambiarono solo occhiate furtive finchè Maria riuscì a lasciargli un biglietto sotto il cuscino,scritto con la matita copiativa su un pezzetto della carta gialla usata dai macellai:
“Roberto stanotte portami in paradiso!“per prima cosa il giovane osservò come la grafia fosse incerta ed infantile e stanotte fosse stato scritto con una t sola.
Questa relazione non impedì tuttavia a Roberto di allacciarne un’altra con l’attricetta che nel film interpretava la breve parte di Beatrice,che scendeva dal Paradiso per soccorrere Dante assalito da lupi famelici.
In una delle pause delle riprese era riuscito a convincere la donna a seguirlo in un boschetto,oltre la cascatella del torrente Melgone che nel film aveva inquadrato la scena dei golosi.
Si stavano baciando e Roberto le aveva già sollevato l’ampia gonna quando furono interrotti dall’arrivo di Camillo Cantoni che,dopo averli ben fissati,senza profferir parola si era rapidamente allontanato.
Camillo Cantoni,che non aveva perdonato a Roberto di averlo sostituito come primo assistente di Emilio Roncarolo, e ridotto,per lo più, a cambiare le pizze alla macchina da presa,non aspettando altro che vendicarsi, li aveva apposta seguiti sperando di sorprenderli e poichè l’attricetta era anche una delle amanti del commendator Giulio,uno dei produttori del film,in serata si premurò di raccontargli quanto aveva visto,ricamandoci sopra pure,come sostenere che la donna stava opponendo strenua e verginale resistenza
La mattina dopo come fece per salire su una delle barche fu chiamato perentoriamente dal segretario del commendatore che gli ingiunse di allontanarsi dalla troupe e non farsi più vedere.Il motivo?
-Stupida faina-fece a muso duro-non si va a razziar nel pollaio del padrone e ci siamo capiti senza aggiunger altro se non che tu con il cinema hai chiuso per sempre ed ora,via, fuori dalle balle!-
Scombussolato Roberto si allontanò di pochi passi ,il tempo di vedere sulla barca più comoda il commendator Giulio che,abbracciato all’attricetta,con non dissimulato fastidio,con una mano gli faceva sciò sciò.
Rimuginò tutto quanto accaduto così all’improvviso, seduto sulla riva e concluse che, con la situazione che si era creata,era indispensabile cambiar aria e,considerato che il loro cinema era ancora agli albori,si convinse che l’unica opportunità gliela offrivano gli Stati Uniti.
Avendo origliato una conversazione del signor Roncarolo con uno degli autori,era venuto a conoscenza che il commendator Giulio teneva,nella suite che occupava all’albergo Belle Vue,nascosta in un copione del film,una busta con i soldi che giornalmente necessitavano per le piccole spese della produzione,non ebbe quindi esitazioni nel giocare il tutto per tutto,si presentò alla hall fingendosi di gran fretta e dicendo al portiere che aveva ricevuto ordine dal commendator Giulio di prendergli un copione che aveva dimenticato nella suite.Il portiere,che conosceva il giovane,lo lasciò salire mandandolo dalla cameriera che proprio in quel momento la stava rigovernando.
Arraffare il copione con la busta,dentro c’erano poco meno di duecento lire,ringraziare di corsa il personale dell’hotel,raggiungere la pensione per pigliare dei documenti e quanto attestava la sua breve attività artistica,salutarla con un”ci vediamo stasera,signora Giuditta”,proseguire di buon passo verso la stazione,prendere il primo treno per Milano,salire su un altro per Napoli,con l’intento di allontanarsi il più lontano possibile da ogni probabile guaio, furono i frenetici movimenti di Roberto in quella giornata straordinaria.
Da Napoli,con un piroscafo zeppo di emigranti, raggiunse New York e da lì iniziò una nuova carriera nel cinema che lo portò negli anni successivi ad Hollywood, prima come uno degli aiuti di Gilbert Anderson nella serie western Bronco Billy e quindi di regista,con il nome americanizzato di Robert March,non di grande successo, di film di cowboy e Far West.
Il vero successo invece lo ottenne con le donne,si sposò tre volte,due con bellissime e ricche donne e la terza con un’attrice famosa e morì prima che un suo nipote,con il suo stesso nome non poteva non dedicarsi al cinema, fosse proclamato l’attore più sexy ed elegante del mondo.
La signora Giuditta stava preparando l’immancabile battuto di lardo per la minestra della cena,quando nella pensione irruppero due carabinieri che con modi molto spicci chiesero dove fosse Roberto Marchi.
-Ed io che ne so!-rispose piccata la donna-Sarà al Melgone a girare quel cinema!-
L’appuntato scosse autorevolmente la testa e formulò una nuova domanda:
-Quando l’ha visto l’ultima volta?-
-Stamattina è uscito alla solita ora e poi è rientrato tutto trafelato poco dopo che il campanile aveva suonato le nove,si è fermato il tempo per prendere una cartella di tela,salutarmi con un arrivederci a stasera,signora Giuditta,ed è riuscito.-rispose prontamente e poi chiese:-ma perchè lo state cercando?-
-Abbiamo un mandato d’arresto per furto aggravato.-l’accentuata pronuncia napoletana dell’appuntato diede la misura della gravità del reato e la signora Giuditta proruppe in un “Oh madonna santa!” e si appoggiò ad uno stipite in anticamera mentre in cucina la figlia ebbe un capostorno.
Ancora stordita dal fatto la signora accompagnò i carabinieri nella stanza di Roberto e la perquisizione non portò a nulla,se non riscontare che nell’armadio aveva lasciato un vestito rivoltato ,due paia di scarpe ed una valigia di fibra malandata e nel comò qualche camicia con a parte dei colletti inamidati e della biancheria che era in dotazione al regio esercito.
Dal calcolo approssimativo che con il ricavato della vendita di tutta quella povera roba avrebbe guadagnato qualcosa in più dei giorni di pensione che il giovane le doveva,tanto la consolò che offrì ai carabinieri un bicchierino di rosolio che sull’attenti rifiutarono essendo in servizio e subito se ne andarono.
Quando ormai nessuno parlava più di questa storiaccia,Maria fu costretta a confessare alla madre che Roberto Marchi l’aveva messa incinta.Dopo averla riempita di sberle,strattonati i capelli,riempita di contumelie,con brutale determinazione la signora Giuditta dettò le sue condizioni,nessuno nel quartiere doveva sapere di questa vergogna,non appena s’ingrossava sarebbe andata dalla zia a Costa Imagna nella bergamasca fino a sgravarsi ed il bambino doveva essere abbandonato.Maria seguitava a dire,sì madre,sì madre,perchè l’alternativa era di finire,con un bastardello sulle spalle,in una casa di tolleranza.
Erano passati appena pochi giorni dal parto quando,non era ancora l’alba,Maria diede l’ultima poppata alla neonata,la strinse disperatamente al petto prima di affidarla alla zia che,avvoltala in una rozza coperta di lana,raggiunse in strada un cognato che l’aspettava sul carretto,pieno di ceste di verdura, con attaccato un vecchio ronzino,diretto al mercato di Bergamo.
Giunti in città allungarono il percorso per recarsi al convento delle suore domenicane Matris Domini e con circospezione,benchè a quell’ora la via fosse deserta,la zia depose il fagottino sulla ruota e lestamente la girò.
Per sistemare definitivamente la faccenda dopo alcuni mesi la signora Giuditta fece sposare Maria ad un vedovo,un brav’uomo già con un figlio,operaio al Caleotto,un’acciaieria tirata su in quegli anni devastando orti e giardini di villa Manzoni e contribuendo in modo determinante a deturpare la città.
Al secondo figlio Maria morì di febbre puerperale e nell’agonia si rivide abbracciata a Roberto trasognata a contemplare, dal lucernario del solaio della casa natale, il Resegone rischiarato dalla luna e sussurrare:“stanotte portami in paradiso!”.
E’ morta sorridendo,ripeteva,tra un calice e l’altro di vino, il vedovo.
Il mese di giugno dello scorso anno Maria Possenti,una bella donna dai capelli rosso fiamma,talvolta amava raccoglierli in una treccia, e meravigliosi occhi verdi,pure lei a letto non recitava giaculatorie,che gestiva una profumeria all’Orio Center,vicino all’aeroporto di Bergamo,con alcune amiche era in gita sul battello che da Lecco porta a Bellagio.
Erano a poppa ad ammirare il panorama quando subito dopo aver lasciato il pontile di Limonta videro,affacciato con alcuni amici sul terrazzo della stupenda villa neoclassica recentemente acquistata, il più affascinante attore di Hollywood,Robert March, che si era innamorato di quel lago dopo averci girato un film;Maria, esuberante come sempre,a gran voce gli gridò:
-Robert,stanotte portami in paradiso!-L’attore sorrise compiaciuto facendo un gesto che sembrava volesse significare: ”magari,ti aspetto!”, ma il battello però velocemente si era già allontanato.

 

N.d.a.- Tutti i personaggi,eccetto la figura di Angelo Roncarolo,sono immaginari.

Nel 1909 proprio nei luoghi descritti da questo racconto fu girato il film L’Inferno,prodotto dalla Milano film con la direzione tecnica di Angelo Roncarolo,scritto dal professor Francesco Bartolini ed Adolfo Padovan,inter-preti Salvatore Papa,Arturo Pirovano e Giuseppe de Liguoro.Il film costato 300.000 lire riscosse un enorme successo e solo negli Stati Uniti incassò ben due milioni di dollari.